—Così quel caro angioletto non vuol più sentir parlare di voi….
Davvero? E lo credete sul serio?
Il Venosa non rispose.
—Allora siete molto semplice!… Ma io non voglio farvi soffrire…. vi consolerò subito; vi dirò che ho sorpreso ieri sera Diana, sola nella sua camera, mentre piangeva dirottamente.—Che hai?—le ho domandato. Ella mi s'è gettata al collo: e mi ha detto ch'era tanto, ma tanto infelice…. povera creaturina!—Due grosse lacrime rigavano le guancie vegete e dipinte della signora Teodora.—Mi ha detto che voleva uccidersi…. non poteva più sostenere la vita…. Insomma, mi ha confessato che vi ama, e non amerà mai altri che voi; che è inconsolabile della vostra assenza: e non può tollerare di rivedervi, perchè ha scoperto che la tradite….—Ma la tradite davvero?…—domandò con una certa solennità la signora Teodora.
Al Venosa batteva il cuore.
Si spinse, senza saper che facesse, verso una finestra aperta, rispondente su un balcone. Affacciatosi vide Diana seduta sotto di esso, nel giardino; e certo avea riconosciuto la voce di lui, poichè stava in attitudine di chi ascolta.
Egli le gettò subito, con mano tremante, la lettera che aveva scritto.
La lettera cadde a' piedi di lei.
Diana la guardò, per un istante, esitando. Poi la raccolse: avea riconosciuto le sue cifre: si alzò e disparve. Il Venosa non capiva più in sè dall'allegrezza.
Quell'atto era più che una garanzia di riconciliazione.
Si trattenne, per qualche tempo, a parlar con la signora Teodora: ma i suoi discorsi erano ben slegati.