Egli non pensava ad altro, se non che in tal momento Diana dovea leggere la sua lettera.
Avrebbe dato tutto al mondo: pure tremava alla idea ch'ella potesse comparire in quella stanza.
XV.
Il principe di Gorreso il giorno stesso in cui il Venosa pativa tali trepidanze, d'umor allegro più del solito, con un vero riso di gioia nell'anima, era uscito: avea fatto una lunga passeggiata, poichè la temperatura era dolcissima: e quindi, per riposarsi, se n'era andato al suo Circolo, il più aristocratico Circolo di Napoli.
Lasciati nelle mani d'un servitore il suo cappello, il suo bastone, per una porticina laterale entrò nella biblioteca, ch'era deserta, e si buttò giù in una comoda poltrona. Una fra le porte della biblioteca era aperta e metteva nella sala di lettura. Però il principe non potea esser veduto dalla sala, poichè era coperto dal dorso dell'ampia poltrona.
A poco a poco, benchè avesse preso in mano le poesie del Savioli, allora molto lette, si addormentò; ma fu svegliato da un bisbiglio di voci, a lui molto vicino.
I suoi occhi si posarono sull'orologio della biblioteca, che aveva dinanzi, e si accorse che avea dormito un tre quarti d'ora.
Prima che facesse qualsiasi movimento, udì in quel bisbiglìo di voci, che già gli avea percosso l'orecchio, pronunziare il suo nome.
Involontariamente, per una curiosità più forte di lui, si mise in ascolto: e aguzzò l'orecchio per riconoscere le voci.
—Non credo, ripeto, che Gorreso ne sappia nulla,—diceva il vecchio duca della Pandura, un bellimbusto mezzo rimbambito, al principe di Latania, giuocatore, spensierato, di fama molto prodigata, ma ricevuto, accolto per tutto, grazie al suo nome: eroe di scandalose avventure: e che dovea finire con un suicidio, dopo tante stranezze, di cui i suoi più intimi, e anche qualche conoscente, avean subìto di pagare per anni le spese.