Enrica non vedeva più il principe da circa una settimana.
Suo marito la schivava, poichè non avea ancora potuto risolvere qual contegno doveva seguire verso di essa.
Era pur martoriato da un'altra idea: far cessare le calunnie, tanto divulgate, sopra di lui. Chiese subito le sue dimissioni da ambasciatore: e cercò che un tal atto fosse propalato.
La pubblica voce ne portò notizia alla principessa, che fu colpita di questa subita determinazione, e, più, ch'egli l'avesse presa senza fargliene motto.
Ma un'altra cosa gli stava sul cuore: punire l'insolenza di alcuni fra i suoi amici: metter termine alle mormorazioni degli oziosi: uscire da quel riserbo, che vedea nuocere alla sua dignità di gentiluomo.
La principessa continuava a far impazzire il Venosa. Egli era stato veduto una mattina passeggiare a piedi con lei le strade più frequentate di Napoli, accompagnarla ne' magazzini: gli era stato visto all'occhiello uno de' fiori ch'essa portava in petto.
Due giorni dopo, in una sala del Circolo più aristocratico di Napoli, ove abbiam già condotto il lettore, scherzavano su queste frivolezze il d'Antella, il duca della Pandura, il Latania ed altri. In mezzo ad essi era Adolfo Venosa, bersaglio ai loro motteggi.
—Puoi pigliar un numero,—diceva il Latania,—chiamarti Adolfo decimo…. almeno, poichè succedi ad un re.
—Anche duodecimo…. forse!—borbottò, battendo gli occhi maliziosamente, il vecchio duca della Pandura.
—Il principe Gorreso ha servito il suo paese, e la moglie più di lui!—replicò un giovane signore, notissimo maligno.—Certo il principe è arrivato a un posto cui non si arriva agevolmente, ma la moglie gli ha risparmiato molta fatica, ha fatto lei metà del lavoro….