—Fortunato, Venosa: egli è ora l'amante felice della principessa Enrica: una bella donna, Venosa, puoi vantartene…. e il marito partirà presto, lasciando la sede vacante….
—Credo che Gorreso sia stato, anche senza imporgli l'obbligo di partire, un marito sempre troppo buono….
Nessuno sapeva della vita intima fra il principe e la moglie; nessuno immaginava quanto egli fosse stato severo, spietato anzi, specialmente un tempo, verso di lei. Ma poteva egli prevedere, o immaginare certe infamie, di cui nessuno lo voleva avvertire? I suoi amici stessi non gli celavano a tutto potere ciò di cui lo proverbiavano amaramente, crudelmente quando si trovavano insieme, lontani da lui?
Il Venosa aveva detto le sue parole, senz'alcun intendimento ingiurioso, anzi volendo scusare il principe, senza troppo appassionarsi, ma tutti ridevano: e anch'egli fece coro.
Il principe avea udito benissimo e avea notato la voce del Venosa.
Entrò, mentre sghignazzavano: erano almeno una quindicina.
Andò diritto verso il Venosa, che guardava, insieme con gli altri, la tetra fisonomia del principe ed era rimasto un po' scosso dal suo improvviso arrivo.
—Voi siete un vile, signore!—disse il principe al Venosa con molta calma.—E vili tutti coloro…. e fra essi alcuni, che si mostrarono sin ad oggi tra i miei amici migliori….—posava gli occhi sul D'Antella, sul duca della Pandura, su altri,—i quali mi calunniano, mi colpiscono, nell'oscurità, alle spalle, mi fanno una reputazione d'infamia…. E non c'è uno tra voi,—continuò il principe con molta veemenza,—che m'abbia mai difeso! Vili, vili, vili!… Vilissimi anzi!… E siete voi la buona società, come vi chiamate: e avete scrupolo di ammettere in queste sale un onesto negoziante, un uomo glorioso per gli studi, o per l'ingegno, perchè avete paura di derogare, di venir meno a voi stessi, ricevendo nella vostra compagnia un semplice galantuomo. Ridicoli, grotteschi, che non comprendete come sia vicino un tempo in cui saranno calpestati, annientati tutti i vostri pregiudizi…. Qui, dove si riunisce la buona società,—sottolineava con sdegno le sue parole,—si condanna un uomo, o, meglio, si assassina, senza concedergli il diritto della più piccola difesa…. Che ragioni v'ho io dato per sospettare di me?… Tu, Latania,—il piccolo principe divenne pallidissimo,—uomo dissoluto, disonorato, senza dignità, parassita infetto, che vivi alle spese de' tuoi amici, fosti sempre de' più accaniti, lo so, nel vituperarmi…. Non ti posso chieder ragione: ti farei troppo onore inalzando un aristocratico mariuolo, par tuo, sino a me…. Il nome di principe ti starebbe meglio, con qualche giunta; se ti si chiamasse principe dei bari e degli sfrontati…. Tutti questi signori sanno chi tu sei e te lo dissimulano: ti tollerano…. non sanno il perchè…. per un'antica abitudine; un giorno ti allontaneranno da sè col piede, come si fa quando si incontra una cosa immonda…. Non impallidire di più: non hai nulla a temere da me.
E, voltosi al duca della Pandura, senza acquietarsi un istante:
—Voi,—-gli disse,—presidente del Circolo, non avete il dovere di tutelar l'onore de' soci? Che avete fatto per me? non avete prestato un orecchio compiacente alle più nefande calunnie? E che dovranno far gli uomini…. che voi dite grossolani… se i gentiluomini, di cui avete fatto sì meritamente una categoria a parte dal resto del genere umano…. si comportano così? Di dov'è nato quest'odio contro di me?