—Ritorno—continuava Roberto—dopo un lungo viaggio: cerco parlarti: tu ti presenti come una padrona, come una signora dinanzi al suo servo, non come una sposa innanzi all'uomo che ha davanti a Dio su di lei il massimo tra i diritti…. Poichè il padrone qui sono io!—disse Roberto in uno de' suoi impeti selvaggi,—e accerchiandole il collo, la accostò a sè, con una stretta di ferro, di quelle che Enrica già conosceva, e la baciò lungamente, da vero padrone di lei, sulle labbra.
Essa tremava: era divenuta in volto bianca come il suo abito: quel bacio di fuoco l'avea subito richiamata ad altre sensazioni e altre idee: ma incontanente il suo orgoglio le attuti.
—Dianzi ho cercato abbracciarti…—insisteva Roberto,—, e tu mi hai sfuggito, e vuoi ch'io sia calmo!
La scena andava troppo in lungo.
Enrica cominciava ad esser inquieta: non sapea più come tener a bada quell'innamorato sì pieno di foga.
Giungevano fino a loro i suoni e le grida di coloro che pigliavan parte alla festa nel parco: ma verso quel punto, com'abbiamo detto, nessuno mai si avvicinava.
A' loro piedi s'inabissava il precipizio, mugghiava il mare.
Enrica avea preparato un tranello, degno del suo animo raffinatamente perverso, e ora trepidava un poco sulla riuscita di esso.
Ella avea detto, con diabolica perfidia, al suo corteggiatore, il conte di Squirace, che, a una cert'ora, ella sarebbe stata presso il ponte che traversava il precipizio.
—Oh!—avea esclamato il bellimbusto, e avea fatto intendere che ve l'avrebbe presto raggiunta.