Enrica era scomparsa.

Ella avea attirato il conte in quell'insidia: si era servita di lui per eccitare Roberto: la vita di due uomini le sembrava ben poco per sbarazzarsi di un solo fra essi, per assicurare la libertà de' suoi piaceri, il fasto, la pompa del suo avvenire.

Al grido del conte di Squirace, librato nello spazio, succedette un altro grido, proferito da Enrica, che ebbe pur la forza di urlare contro il suo antico amante, contro l'uomo cui era unita da un vincolo segreto: all'assassino, all'assassino!

Roberto era rimasto stordito per l'accaduto: egli avrebbe voluto gravemente offendere, castigare il conte: non pensava ad ucciderlo, almeno a quel modo: avrebbe voluto indurlo a un duello leale e lì, poichè era sicuro della vittoria, sbramarsi del suo sangue, di cui, come gli era uscito dal labbro, avea sete.

La gente incominciò ad accorrere da ogni banda. Un delitto, un delitto nel parco!—ripetevano tutti inorriditi.

Fu trovato presso il ponte Roberto, che rimetteva indosso il suo uniforme: fu trovato in terra il cappello del conte di Squirace; un cappello verdastro, facilmente riconoscibile, e che avea, nel di dentro, le cifre del frivolo e sfortunato gentiluomo.

Il duca era a capo della sua gente: e, accanto a lui, Emilio, la guardia del parco.

Al vedere l'uniforme, che Roberto avea indosso, il duca ed Emilie scambiarono uno sguardo.

—Che fate voi qui, Roberto?—disse il duca, severamente.

Roberto si confuse.