Avea il volto graffiato, le mani lacere in varii punti, i pantaloni tutti cosparsi di polvere, la cravatta stracciata.

—Roberto!—esclamavano molti e molte,—lui l'assassino!

—Voi siete entrato qui nel parco anche stanotte… per compiervi qualche azione trista… poichè, alle intimazioni di Emilio, siete fuggito come un ladro e avete lasciato questo bottone, che manca al vostro uniforme…. Perchè stanotte siete entrato nel mio parco?

Roberto taceva. Così i sospetti, anzi le ragioni di accusa si accumulavano su lui: così si chiudea da sè in una rete, dalla quale non avrebbe potuto uscire.

—Dov'è il conte di Squirace?—domandò il duca, guardando con orrore il vicino precipizio, il mare gorgogliante nell'imo di esso e gettando poi gli occhi sul cappello, che teneva in mano.

Anche a questa domanda Roberto non fiatò.

La gente gli si stringeva attorno, un po' minacciosa, un po' incredula ch'egli fosse stato capace di commettere tale delitto.

—Vi ripeto: perchè vi trovato qui, perchè anch'oggi siete entrato nel parco di nascosto?

Roberto ebbe un'idea: invocare la testimonianza di Enrica, sicuro che essa l'avrebbe salvato.

Enrica si era fatta trovare presso al ponte, allorchè era giunto suo padre insieme con gli altri: come per chiarir tutti ch'ella era stata testimone dell'accaduto. Ora s'era posta accanto al duca e s'appoggiava al braccio di lui.