Aveva un tacito risentimento contro la figlia del duca. Per lui, convinto dell'innocenza di Roberto, e cui niuna sentenza umana avrebbe potuto strappar tale convinzione, essa aveva mentito. Ma si torturava il cervello: passava le notti insonni, poichè tra sè ricercava: a quale scopo?
Gli era venuta l'idea di trovar modo di parlare ad Enrica. E un giorno, poichè l'idea non lo lasciava, si recò nel parco.
Enrica passeggiava e scherzava col principe di Gorreso, giovane ministro del Re di Napoli presso una Corte straniera, e che era il nuovo innamorato della duchessa.
Si diceva, anzi, ch'egli avesse domandato già al duca la mano della figliuola.
Al solo vedere il padre di Jannacone, Enrica svenne.
Il vecchio fu scacciato dal parco come un malvivente. E, mentre lo scacciavano, Enrica si era fatta sentire da' servi esclamare:
—Il padre dell'assassino! il padre dell'assassino!
Così, fingendo di parlare fra gli spasimi, nel delirio, coloriva viepiù la sua accusa contro Roberto.
Ormai era lieta: viveva sicura, sulla nobiltà d'animo del giovane: aspettava di giorno in giorno apprendere ch'egli si fosse nella sua prigione tolta in qualche modo la vita.
Roberto le avea fatto pervenire, chi sa con qual mezzo, e valendosi certo di denaro ch'era riuscito a portare con sè, una breve lettera.