Qualche volta era stato tentato di parlare, allorchè il pensiero gli correva a suo padre; ma rifletteva subito: A che prò? Quali testimonianze egli aveva? Chi avrebbe prestato fede più a lui che alla figlia del duca? E poi tutte le apparenze non erano contro di esso?

Dobbiamo pur dire ch'egli si apponeva assai male: e appunto nel suo contegno, nobilissimo, ma improvvido, avrebbe trovato la maggior causa della sua rovina.

Ed ecco perchè.

Già in Napoli, come fra gli stessi coloni tra' quali era nato e che aveano assistito in sì gran numero alla denunzia del suo delitto, molti se gli manifestavano favorevoli, propensi a credere alla innocenza di lui. E ne vedremo la causa.

Vi fu il processo.

Roberto, dopo aver risposto alle domande generali, disse non aver altro da aggiungere.

Il vecchio magistrato, che presiedeva la Corte Criminale, lo trattò con molto affetto e tentò invano persuaderlo a discolparsi.

Quasi l'esimio giureconsulto, sulle prime, mostrava troppo palesemente la sua convinzione circa l'innocenza di Roberto.

Ma la convinzione fu subito distrutta dal contegno dell'accusato e il giudice divenne più rigido, e forse implacabile.

Roberto si presentò a' giudici tutto vestito di nero. Era pallidissimo: ma la sua fisonomia onesta, aperta, la gentilezza del suo tratto, il suono della sua voce, l'espressione del suo sguardo contrastavano di troppo con l'accusa.