C'era, tra i giudici, un sapiente: il conte Guicciardi. Di nobilissima famiglia, le cui sostanze si erano molto assottigliate, il conte avea seguito con grande ardore lo studio delle leggi. Era un degno discepolo, a non dir un degno continuatore di quegli esimii giureconsulti della illustre scuola napoletana, alcuni dei quali alla sapienza accoppiarono l'amor di patria, e ne morirono martiri.

Il conte osservava con molta attenzione la duchessa. Egli non avea mai veduto chiaro in questo processo; sulle prime avea gridato che si faceva ingiustizia a un popolano, a un uomo di umil condizione per adulare la grande aristocrazia napoletana.

Ma il conte era tanto pusillanime quanto era dotto: e un gentiluomo, ben accetto al Principe, gli susurrò all'orecchio: cessasse dal turbare i colleghi con dubbi che acquistavano autorità perchè da lui mossi: esser giunta al Sovrano la voce della sua discrepanza coi colleghi: e averla S. M. in un colloquio familiare energicamente riprovata: non si compromettesse più oltre.

Il conte non avea la forza, la virtù di que' giureconsulti napoletani che avean saputo, per la libera parola, per obbedire alla coscienza, sfidar il patibolo, e salirvi con animo intrepido: e fermò in sè di aver prudenza: in certe congiunture consigliera vilissima.

Pure, egli ch'avea molti generosi istinti non seppe in tutto acconciar l'animo a quella parte muta, devota, che facea di lui, in fondo, un carnefice.

Il contegno della duchessa avea ribadito i dubbi del giovane e acuto magistrato.

Non la perdeva d'occhio un solo istante.

La smania di scoprire la verità, nient'altro che la verità, in quel punto lo dominava e gli facea dimenticar tutto il resto.

Avrebbe voluto interloquire; lo riteneva per allora, un leggero riguardo verso il presidente.

Una o due abili domande avrebber modificato l'esito del processo: Enrica si sarebbe imbarazzata: sarebbe stato facile cogliere in mendacio la giovane duchessa.