Non sosteneva l'assoluta innocenza di Roberto, ma quante lacune—disse—in questo processo!…

—Ammettiamo pure,—osservava,—il giovane marinaio sia stato provocato dal conte di Squirace. Sa la Corte il motivo di tale provocazione?… Che rapporti potevano esservi fra il gentiluomo e il figlio di Cicillo Jannacone?…

Come mai la duchessa, sì debole, sì ammalazzata, che avea appena partecipato alle feste in onore del padre, si era di tanto allontanata dalla sua villa e, sola, si trovava nel punto più remoto del parco? In che modo si erano incontrati proprio lì l'accusato ed il conte? Certo non casualmente….

L'accusato, mi direte,—aggiungeva a' colleghi,—non ha voluto dare spiegazione alcuna, si è chiuso in un assoluto silenzio: non ha neppur consentito di parlare col suo avvocato, ha rifiutato di scegliersi altro avvocato che quello designatogli, per ufficio, dalla Corte…. Vedete voi in ciò un indizio di reità?… Io, egregi colleghi, sarei allora di parere diverso dal vostro.

Un reo, nega, attenua, si difende: qui abbiamo un uomo che, dinanzi al patibolo, nella probabilità di una condanna a morte, non cerca alcun espediente per sfuggir a tal fine; anzi vi va incontro quasi volenteroso. E voi non scorgete nulla d'insolito in questo uomo che tace? Ricordate ch'egli è un valoroso: ricordate che la sua condotta fu sino ad oggi esemplare, anzi fu, in certe occasioni, eroica: rammentate le testimonianze de' suoi camerati che ci vennero a fare il suo elogio, commossi, piangenti. Ah, miei cari, non ci troviamo innanzi un volgare assassino! Dobbiamo piuttosto giudicare un fatto molto misterioso. Mancano le prove dell'innocenza: non abbondano quelle della reità, se si scrutina bene. Non è la prima volta che un soldato, un uomo d'onore e cavalleresco, tace, accetta la responsabilità di un delitto, infama il suo nome per salvar l'onore di una donna, per un motivo di suprema delicatezza….

—Il silenzio può essere il ripiego di un uomo abilissimo, appunto per indurre in questa credenza,—disse il presidente.

—Ma non quando si corre il rischio di una sentenza di morte!—esclamò l'altro magistrato, che condannava quasi sempre, lieto di contraddire al presidente.

Vi fu un breve silenzio.

Il conte Guicciardi si era alzato, e si era avvicinato alla finestra della stanza.

Tornò indietro, dopo aver guardato un po' nella strada, distrattamente, mentre seguiva le sue meditazioni; si fermò dinanzi al presidente, e gli disse con piglio benevolo, ma assai risoluto: