—Io non ho il coraggio di firmare una sentenza di morte…. E non la firmerò!
—E neppur io!—aggiunse l'altro magistrato.
—Io aderisco,—disse affabilmente il presidente,—alle proposte de' miei colleghi.
Roberto avea seguito con gli sguardi Enrica, fin che non si era richiusa dopo di lei la porta della sala d'udienza: era rimasto qualche tempo con gli occhi fissi su quella porta, come se attendesse che ella tornasse ancora addietro: poi l'angoscia più acuta gli avea di nuovo stretto il cuore ed era ricaduto nel suo solito torpore.
La sentenza fu molto ponderata: Roberto fu condannato all'ergastolo.
Tutta Napoli comprese il dubbio che avea assalito i giudici.
Il vecchio Jannacone, venuto a Napoli, volea recarsi al cospetto del Re: chieder grazia: potè finalmente presentar la sua domanda, ma fu respinta.
Nella popolazione napoletana il processo destò una certa effervescenza, che poi subito quetò. Altre cure, altri dolori, e la tendenza all'oblìo, forse, la sola cosa che renda la vita tollerabile, fecero scordare il delitto del parco di Mondrone.
In breve non si parlò più nè di Roberto, nè del conte di Squirace.
Ciccillo Jannacone tornò al suo lavoro: stette mesi senza dir parola, sempre convinto della innocenza del figlio. Domandò di vederlo: gli fu negato. Egli non malediceva: non imprecava. Lo ritroveremo, a suo tempo.
Roberto era entrato nella prigione con un solo pensiero:—che ne sarebbe presto o tardi uscito, malgrado la condanna a vita, malgrado tutte le sentinelle, destinate a vegliar su di lui, malgrado tutti i rigori—e sarebbe tornato in Napoli, e magari a Mondrone, a esercitare le sue vendette.