Il desiderio di fuga dovea esser acresciuto in lui da un caso che esporremo nella seconda parte del nostro racconto: del quale questa prima parte forma come chi dicesse l'antefatto.

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Circa sei mesi eran corsi dalla condanna di Roberto, ed Enrica una sera, parlando con la sua fida Cristina, le rivolgeva una domanda che le aveva già ripetuto in altre occasioni:

—Come sta la bambina?

Cristina avea saputo da Domenico che egli avea ritrovato la bambina morta nella carrozza.

Subito gli avea fatto giurare di non dir verbo: e avea cercato modo di allontanarlo dal castello. Gli fornì, di tratto in tratto, molti denari, che servirono a Domenico, com'ella prevedeva, per ingolfarsi nel suo vizio prediletto.

Vi furono scenate, scandali al castello: e finalmente Domenico fa pregato di trovarsi altro servizio: egli vi si adattò a malincuore, poichè a Mondrone i servitori stavano bene, ma dovè prendere commiato, non ostante che Cristina facesse sembiante di difenderlo a tutta possa; ed egli le professava la maggior gratitudine.

Ma Cristina, invece, avea soffiato nel fuoco: era stata la causa ch'egli dovesse abbandonare il buon servizio.

Essa avea più volte spinto Domenico ubriaco nelle stanze di Enrica, col pretesto ch'egli portasse i fiori degli splendidi giardini, a lui affidati: e quindi Enrica stessa avea sollecitato il duca perchè lo allontanasse.

Cristina l'avea poi consigliato a lasciar Napoli, ove godea sì mal nome: e Domenico che le obbediva, credendo ella volesse soltanto il suo bene, si allogò con una famiglia d'inglesi che partiva per la Calabria.