L'americano meravigliava Napoli con la bellezza de' suoi cavalli, de' suoi equipaggi, con la prodigalità delle sue munificenze. Avea pensato dar una festa a tutta l'aristocrazia napoletana nello splendido palazzo, che abitava in Bisignano.
Avea avuto promessa che tutti vi sarebbero accorsi: era certo di accogliere nelle sue sale il fiore della bella società di Napoli.
Molti gentiluomini, molte signore l'aveano anzi pregato di scegliere una tale occasione per far vedere lo sfarzo, la ricchezza, squisitamente artistica, de' suoi appartamenti.
Ma egli era scapolo: come invitare tante signore?
Gli aveano suggerito: desse un ballo di beneficenza: un comitato di signore avrebbe fatto gl'inviti. Ciò non appagava la sua vanità.
Gli ripugnava che la gente potesse entrare nelle sue stanze, pagando quindici, venti, trenta lire: che la sua casa doventasse come una locanda, un café-chantant: o quasi uno di que' locali, che si prestano, o si affittano ad ogni occorrenza di feste, di ricreazioni.
Ciò era buono per gli arricchiti di seconda mano, per gli avari fastosi, che, ad ogni costo, voglion vedere un gran signore, una gran signora varcar la soglia delle loro porte.
Le sue ambizioni eran più alte: egli non era uomo da contentarsi di piccoli espedienti.
Se il ballo di beneficenza, dato nelle sue sale, avesse potuto fruttare, poniamo, diecimila lire, egli era pronto a darne anche trentamila per quello scopo che gli fosse designato. Ma non voleva che altri venissero a far l'elemosina in casa sua.
Fu trovato un altro mezzo. Enrica avrebbe diramato gl'inviti.