L'ufficiale si pentì presto di ciò ch'avea detto, tanto più che la donna da lui vista fosse la principessa non era ben sicuro: tornò alla sorella, la supplicò non ne parlasse ad alcuno: essa gli giurò di tenere il silenzio, ma disse il fatto soltanto a una sua cognata, che lo riferì soltanto a sua suocera: la duchessa d'I., che non potè stare senz'informarne alcune delle sue vecchie conoscenze.

La notizia corse dai salotti nelle anticamere, dalle anticamere nelle botteghe: in breve, volò sul labbro di tutti.

Si dipingeva il principe per un marito compiacente: un uomo nullo, ma ambizioso, assetato di onori: che abbandonava la propria moglie perchè ella potesse dar prova di devozione al Sovrano: ed egli avvantaggiarsene.

Così, per leggerezza della moglie, una taccia d'infamia si apponeva al nome del principe.

Egli avea i suoi difensori, ma più, com'abbiamo già detto, i suoi denigratori: gli emuli, gl'invidiosi: coloro, che son sempre avidi, magari per ozio, di sfruttare, propalare una calunnia.

Enrica diveniva così sempre più oggetto di curiosità. Per tutto ove andava, raddoppiava l'attenzione verso di lei: i suoi ricevimenti erano sempre più frequentati.

Ella sfoggiava un lusso, da anni, si diceva, non veduto in Napoli: gareggiava con la Sovrana. Avea attorno un nugolo di parassiti. La sua casa pareva una seconda Corte.

Senza attitudine ad amministrare, senza discernimento a scegliere chi dovea per lei curar i suoi affari, assottigliava il suo patrimonio in modo vistoso. Tra le rapine e le spese favolose, si trovava già, ripetiamo, molto imbarazzata.

A chi ricorrere?

Ella avea un giorno visitato la Banca del Weill-Myot: costui le avea fatto una mostra studiata e abbagliante delle sue ricchezze, della sua potenza commerciale.