Le avea fatto vedere in una cassaforte due milioni in oro, un milione in titoli.
Ciò indicava davvero la sua forza, il suo credito.
—Domani,—le avea detto,—questi denari non saranno più qui; fra otto giorni avranno fruttato una somma, da empir d'oro tutta questa cassetta….
E tirava a sè febbrilmente una gran cassetta, di ferro, profonda. Essa si richiuse con un cigolìo stridente.
Il Weill-Myot avea guidato la principessa ne' suoi uffici ove fervea tanto lavoro: le avea spiegato minutamente qualcuna delle sue grandi combinazioni.
La principessa era uscita da quella visita inebriata: infatuata di quel desiderio dell'oro, che diventa, a poco a poco, irresistibile.
Enrica pensò, nella rovina da cui si sentiva incalzata, ricorrere al
Weill-Myot.
Ella non lo amava: non avrebbe ceduto a' suoi capricci: per questo avrebbe osato domandargli qualche cosa.
Gli parlò un giorno molto destramente de' suoi imbarazzi.
L'allusione era velata, discreta, fatta con molto garbo e molta finezza, in mezzo a' segni della più grande opulenza, poichè il banchiere era in visita dalla principessa e, girando gli occhi attorno a sè, vedea per tutto oggetti di molto prezzo e acquistati solo per mera fantasia: cinquantamila lire un quadro del Grenze: diciottomila una statuetta di bronzo, di cui era proibita la riproduzione.