Il banchiere capì subito l'allusione, benchè molto velata; e capì il profitto che potea trarne, in ispecie dopo ch'ebbe incoraggiato la principessa a parlargli aperto. Egli—le diceva—era suo servitore: felice di poter obbedir a un cenno di lei; metteva tutta la sua immensa fortuna a' suoi piedi: ella ne disponesse come voleva.
La principessa, che non nutriva per quell'uomo se non una sincera amicizia, senz'alcuna mischianza di passione, si fece a parlargli liberamente come a un uomo d'affari.
Egli ascoltava attentissimo; intendeva tutto; vedeva dov'era il bene ed il male: cercava e trovava fra una parola e l'altra i provvedimenti: in pochi minuti comprendeva, scopriva ciò che la principessa non avea, e non avrebbe mai potuto capire.
E, intanto, egli tendeva le sue reti.
Avrebbe persuaso la principessa a entrare in speculazioni: le avrebbe fornito egli stesso tutto il denaro che le occorreva; le avrebbe fatto firmare obbligazioni: un bel giorno, per uscir dal viluppo in cui egli l'avrebbe destramente intricata (pur dandosi aria d'esserle d'aiuto), ella sarebbe stata costretta a gettarsi nelle sue braccia.
Così nulla sarebbe mancato al suo successo nel mondo,—si diceva l'uomo, senz'altra nobiltà che quella del denaro,—se avesse potuto avere per amante una principessa e giovane e bellissima.
La sera stessa uno de'segretari della Banca Weill-Myot si presentava alla principessa, e le rimetteva, contro regolare ricevuta, una somma enorme.
Nella sua spensieratezza, ella si vide liberata per lungo tempo da ogni molestia e in condizione da proseguire la sua solita allegrezza.
Intanto, da quella sera, a insaputa del principe, cui avrebbe potuto rivolgersi, ella diveniva debitrice della Banca Weill-Myot.