[pg!63] La scarsa falange dei felici per rinnovare in un diverso ambiente e colorire diversamente la propria felicità: la gran maggioranza dei malcontenti per l'illusione d'un sollievo alle noie, alle difficoltà quotidiane che aduggiano la vita più degli stessi grandi dolori; e finalmente lo stuolo numeroso degli afflitti che vogliono esser soli col loro martirio e Dio.

C'è chi sogna il mare ed il suo odor salso ritemprante, la sua sabbia fine e ardente in cui è così voluttuoso seppellirsi, i suoi cento aspetti di colori, la sua immensità ritmica e sonante. C'è chi aspira ai monti, alle stradicciuole petrose, ombreggiate dai castagni, al rezzo verde mattutino, fra cui mormora e scintilla un fonte salutare. Chi si slancia col pensiero ancor più in alto, sulle vette purissime soffuse di delicati riflessi d'aurora, dove solo gli abissi paiono vegliare insaziati e feroci. V'ha chi si contenta di meno: di una bianca casetta fra una distesa aromatica di fieno falciato; v'ha chi vorrebbe di più: una peregrinazione attraverso mari e paesi non veduti; c'è chi tende agli incanti un po' mesti dei laghi; ci sono poi, finalmente, dei fortunati che hanno ancora qualche castello turrito, più o meno autentico, dove ritirarsi al fresco e annoiarsi, magari, un pochino, da castellani. Ma esiste pure un gran numero di persone per cui tutti questi paesaggi rimangono nella sfera durevole e insieme intangibile delle cose sognate. Quante! Tutti coloro per cui il problema non è di viver meglio, ma semplicemente e terribilmente di vivere. Coloro che s'agitano nella sfera del piccolo commercio, le famiglie di impiegati di quarto o quinto ordine che hanno per tutta rendita il magro stipendio; quelli che campano col piccolo provento d'un'industria o d'una scuola. Quante [pg!64] volte io penso a questa povera gente che non ha l'epidermide abbastanza dura per mescolarsi alle distrazioni del popolo e per non sentire la nostalgia delle distrazioni dei ricchi; tante povere piccole mani sciupate dall'ago; tanti begli occhi affaticati dai libri; tante teste grigie indolenzite dai fornelli e dai pazienti rammendi, tante gambuccie di fanciulli anelanti agli spazii erbosi, alle arene benefiche.

Ma per loro, per questa povera gente, non c'è che qualche sosta in qualche pubblico giardino, di sera, quando i negozi e le cure sono finite, con la prospettiva delle stanzuccie al quarto piano anguste, brucianti nelle notti affannose; qualche gita fuori di porta la domenica, coll'incubo, per i giovani, dei desiderii perpetuamente insoddisfatti; per i vecchi, dei perpetui dinieghi; ci sono le pianticine di geranio e di viola sul davanzale, le piccole fortune invidiate di un pergolato di volubilis su un terrazzo di due metri — gli orizzonti di qualche punta d'albero, di qualche scorcio di viale...

1 Novembre

Dopo un'assenza un po' prolungata riapro il mio diario che potrei chiamare il libro delle sfumature. Malinconiche sfumature quelle d'oggi. Le sfumature del grigio, del marrone, del bianco; dei colori della penitenza e delle fredde purezze solitarie. Mi pare che nell'inverno le tinte gaie dormano il giorno e vivano la notte come la gioconda e lieve falange dei silfi e delle fate, come tutte le cose ridenti che non si sa più dove siano. La notte trionfano, folleggiano nei ritrovi, nei teatri, nei balli, nei conviti; fra pareti rabescate ed ornate, sotto un sole di gas o d'elettricità, [pg!65] fra il profumo delle essenze, nel prorompere d'una vita fittizia e artificiale che brucia e non riscalda. Il giorno si rinchiudono, non si sa dove, negli armadi, negli spogliatoi, nei cofani, negli angoli, per ricomparire coi primi lumi.

Richiusi, segregati, abbandonati, i vividi colori dormono e sognano. Sognano la primavera così lontana, così inverosimile, colle sue fresche tinte di rosa e di viola, col lume del suo tepido sole fecondo, coll'alito intriso di vivo profumo. Sognano l'estate così morta, l'estate col suo azzurreggiare di marine, le pompe de' suoi papaveri fra il grano biondo, la frescura dei verdi colli, la ferocia del suo sole meridiano. E anche l'autunno di ricordo recente sognano: l'autunno, divinamente stanco e mesto delle troppe cose vedute, delle grandi opere compite, ancora un poco ridente, ma già raccolto, già pio, già presago dell'imminente sonno eterno... Refrigeranti sogni di ricordi che conservano ai colori la loro freschezza nativa.

18 Novembre

L'inverno viene. E sono pochi quelli che lo vedono venire con gioia. Pochissimi. Voi, forse, che nel dolce settembre consacraste il vostro amore sognando la luminosa e tepida intimità del nido recente; lei, freschissima signorina, a cui la stagione dei balli e dei ritrovi promette facili trionfi; voi, novellini che vi confondete ancora con le ballerine e le divettes da caffè-concerto, e voi, grandi egoisti, per cui l'inverno non è che una sfilata di sere illuminate a luce elettrica e riscaldate a calorifero, affollate di visioni intellettuali e di realtà elette. Ma per questi pochi, che sterminato numero torce il [pg!66] viso al Vecchio secolare e fedele, e lo respinge fino a perdita di forze, e chiama a raccolta per opporglisi tutto l'eroismo di cui può disporre anima umana! Chi ha intorno al desco famigliare delle teste canute e venerande e chi ne ha delle piccine e fragili; chi ha uno stuolo d'angioletti senz'ali da coprir di lana da cima a fondo e chi vigila su un diletto infermo come su un fiore; chi si prepara faticosamente un avvenire nella povertà laboriosa e chi lotta per la vita nella miseria. Tutti, collegiali e soldati, scolari e maestri, operaie e signore, hanno un movimento d'odio e di ribellione per la stagione spietata che aggrava ad ognuno il fardello dell'esistenza. Oh il dolore di una recente perdita, quando la neve fiocca copiosa e lenta dietro ai cristalli a cui appoggiamo la fronte colla mente alla tomba gelida e lontana! Oh l'amarezza sconsolata di qualche addio più assoluto della morte, quando la nebbia cala sulla campagna intorpidita e qualche squilla lontana saluta il giorno e fumano i casolari dove s'accende qualche lume! Oh le lontananze lunghe, le attese snervanti, le lotte segrete, le dissimulazioni eroiche, i desiderii ardenti e vani, nelle brevi e grigie giornate invernali, quando tutto s'impregna d'umidore malsano, e i marciapiedi luccicano, e gli ambienti più raccolti e più gentili e più gai paiono illividire! Oh inverno, come bisognerebbe essere felici per vederti inoltrare senza sgomento!

30 Novembre

.... Si è detto e ripetuto che non vi furono mai, come al presente, tante istituzioni benefiche e un maggior numero di scontenti e di bisognosi. È perchè la società nella sua evoluzione verso il progresso [pg!67] si crea necessità che prima non conosceva? È perchè la vita civile odierna ci pone maggiormente a contatto dei nostri simili e ne sentiamo più i lamenti e ne vediamo più i bisogni? Fatto si è che i poveri ci sono e restano, e che ora più del solito sentiamo l'impulso e il dovere di soccorrerli; ora, nel desolato inverno che le miserie morali e fisiche ingigantisce come in certi paesi polari s'ingigantisce l'aspetto delle cose per un fenomeno di rifrazione.