Cosimo Giorgieri-Contri: Poesie.

[Questo articolo fu scritto quindici anni or sono, quando il Giorgieri Contri, che ora ha un posto sicuro tra i nostri migliori poeti contemporanei, era ancora alle sue prime armi. L'autrice di questo scritto ha la compiacenza d'essere stata fra i primi a rilevare la delicata e originale personalità artistica di lui. (N. d. A.)]

Una prosa, una poesia che colpisce senza la suggestione di un nome che la illumini della luce già conquistata da tutta una produzione felice antecedente, è un gentile trionfo spirituale per l'autore e per il lettore. Il convenzionalismo e l'indifferenza che adunano intorno all'opera artistica una ghiaccia ben più spessa e dolorosa di quella dell'Inferno Dantesco, non possono essere infranti che da un ingegno eccezionalmente saturo di vitalità. Questo specialmente per l'Italia, in cui il nome è tutto; in cui, ahimè, troppe volte la delicatezza svapora fra la maggioranza sgarbata e vistosa. Il Giorgieri-Contri è un giovine, quasi sconosciuto finora, che non ha pubblicato, ch'io mi sappia, nessuna raccolta di versi, che sta ora attendendo al suo primo romanzo; una personalità artistica ancora in bocciuolo; il momento [pg!103] più eloquente o più vago per l'arte, pel fiore. È un raccoglimento soave tra mistico e ardente, un po' melanconico anche, come tutti gli stadi di bellezza e di fragilità che non possono durare, che sono come le carità benigne del vecchio Destino.

Le poesie del Giorgieri-Contri, migranti come fogliuzze su per i giornali, non possono passare inosservate ai raffinati della vita intellettuale. Una dolcezza tenera, insinuante, semplice, aristocratica, come quella che spira in certi delicati versi di Bourget, di Verlaine, scorrente nella più pura e melodiosa forma italiana: una velatura tranquilla e squisita che sbiadisce, allontana e spiritualizza l'immagine come nel sogno, un'eleganza artistica e rara che non sminuisce mai, però, la freschezza della sensazione, dell'immagine, del sentimento. E da questo felice equilibrio l'effondersi di una suggestione di fantasia e di verità, ma buona, ma refrigerante; come una melodia facile e gentile che pur ci ricordi un'ora lontana e divina e tumultuosa in cui riassumemmo tutta la nostra parte di felicità.

Cosimo Giorgieri-Contri intitola «Autunni Antichi» un breve cielo di rime, e la doppia melanconia dell'autunno e del passato impallidisce dolentemente le visioni leggiadre. Quei suoi due amanti del secolo della cipria e dei madrigali — la bianca favorita — il re — la pensosa signora vestita di viola — si delineano diafani e vissuti come certe evocazioni di Pierre Loti, l'insuperato mietitore d'asfodeli che guarda nell'ideale come in una lente magica che gli ricompone l'inafferrabile, e gli avvicina dalle profonde lontananze secolari, persone, voci, cose nella loro evidenza originaria.

Ricordo il primo sonetto: «Galante Autunno».

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Gli amanti sono: un giovine signore

con spada e parrucchina incipriata,

e una piccola dama dilicata,

in broccatello azzurro a passiflore.

Siedon sopra una gran pietra, baciata

da un sol d'ottobre tepido, che muore,

e la terra, dintorno, è da un dolore

di morte foglie tutta addolorata.

Che si dicono? Forse un madrigale

un po' tenero e un po' lambiccatello

L'autunno muore e il giorno: ella lo sente.

Cade ancor qualche foglia amaramente,

e nel pallido vespro autunnale

che tinte smorte ha il vecchio broccatello!

***

Segue «La caccia», nel quale la sfilata dei cavalieri nell'ombra d'autunno e quel rosso orizzonte in cui il re si affisa sognando, mentre il vento gli passa lamentoso alle spalle come un presentimento, danno una visione e un pensiero tenace. Poi il Labirinto, di così fine metafora; — la Favorita che l'autore ci fa rivivere così delicatamente in quel suo solo ricordarne accanto a una vasca il passo leggiero e il «pallore ducale» della mano; — un'idea di amore e di fugacità così sommessamente espressa al mormorio d'un filo d'acqua di Villa Borghese; — indi la Pensosa, la pensosa dama vestita di viola che mi sembra la dama della Sensitiva di Shelley: «che pareva aver pietà dell'erba che i suoi piedi piegavano» e quelle foglie che, tornata al castello, la Pensosa si troverà sullo strascico «omaggio del parco autunnale alle veste viola» dànno al suo poeta un'immagine gentilissima:

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