Ecco l'ora ch'io sento turbinare
i chiusi canti sospiranti il volo;
nella lirica febbre ardemi un duolo
titanico: è il mio cuor simile al mare.
Ma segue una cruda immagine, che sebbene efficace, è di un verismo che offende. E questo si riscontra [pg!99] varie volte nella poesia del Sanfelice. Mentre si cammina nell'azzurro fra le stelle o fra i laberinti odorosi d'un giardino incantato, una parola, una similitudine, un verso, pungono e fanno arrossire. E questo è strano in un poeta che sa raggiungere le alte cime dell'idealità e regnarvi anche a costo di avvolgersi di nubi. Si direbbe che sdegna di reggersi a mezz'aria. Ma poi quell'altezza di quando in quando gli dà le vertigini, l'aria troppo fina s'infiamma e lo arde, allora scende a precipizio e ci sveglia sulla terra rudemente, non senza una punta di monelleria.
Il sonetto «Cassiodoro» è però fra gli altri un quadretto storico d'un'aristocratica e severa classicità:
Nel cortile del chiostro è somma pace;
odi sol la fontana; un frate accanto,
cui fluisce canizie e il cuor non tace,
fisa nell'acqua il memore occhio santo.
È Cassiodoro, la latina face
tra le gotiche nebbie e 'l nostro pianto;
il libro di Boezio in man gli giace,
vedovo a lui di suo placido incanto.
Ed ecco uscir due lieti fraticelli:
— Altri volumi ritrovammo, o padre,
che sepolti giacean, fiori di Roma.
— Serbateli! Alleluja! È vivo in quelli
il nome e la virtù della gran madre
pei dì futuri. — E fier mosse la chioma.
Non sono molti i giovani che si trovino nella mente, come il Sanfelice, una solida coltura capace di alimentare sostanziosamente la vena poetica del loro ingegno, di colorirla delle tinte più fosche e più ridenti della storia e della favola, di profumarla di [pg!100] tutta l'intima essenza d'un concetto afferrato con sicurezza sintetica e profonda. La sua tavolozza è lussureggiante di tinte sfumate illimitatamente da una fantasia sbrigliata e gentile. Dei, ninfe, mostri, maghi, fate, castellane, paggi, genii secolari, larve romantiche — visioni di bellezza, d'arte, di paesi ideali — sfilano nella melodia del verso, fra le garze d'oro del simbolo, nella luce velata e dolce delle età passate. Vorrei poter dare un'idea dei versi sciolti robusti e armoniosi che compongono la «Favola» e «La poesia Georgica» — due frammenti che sembrano di un marmo di Prassitele; dare un'idea della grandiosità sobria ed efficace che informa «Saturno» e «Il fiume selvaggio», della gemmata eleganza d'una «Sestina nuziale», della fantasia che azzurreggia nella «Visione di Franz Liszt» e nella «Nascita del Minotauro», dell'appassionata mestizia d'alcuni sonetti, del lirismo dolce e melanconico delle «Elegie d'ottobre», del ritmo carezzevole del «Valtzer mortale», delle iridescenze che rivestono d'un fulgore di rosa e di viola i tre brevi componimenti: «Sirene» — «Perle» — «Lagrime», e pennelleggiano variamente pensieri, accenti, visioni in pochi versi senza titolo riuniti in gruppi come fiori; ma non mi è possibile perchè dovrei trascrivere mezzo libro. Pure non so rifiutarmi il piacere di ridire ancora qualche verso:
La vecchietta filando, e sorridendo
come può solo la senil dolcezza,
mi narrava le fiabe, e ridicea
pur col tremulo labbro le canzoni
del suo bel tempo. La vecchietta avea
nome di santa; nonna ella non era,
anzi nè dato avea bacio di sposa.
Con piacere io l'udia; socchiusi i cigli,
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m'imaginavo estraneo a questa vita,
come se l'eco d'un ignoto mondo
cogliessi in qualche regno del Silenzio.
Ma la voce si fe' fioca narrando,
il fuso stette, e grato sonno vinse
la dolce Parca piena di leggende.
Ecco che qui riluce una qualità simpatica del Sanfelice: quella di sentire sinceramente la poesia delle vecchie cose, persino delle più umili. Così, quantunque adori l'antichità classica con tutto il suo corteggio di miti e di forme, pure si sofferma volentieri dinanzi a qualche episodio romantico o ingenuo purchè abbia l'aroma della vetustà. Certi soggetti in mano sua pigliano l'aspetto di quei gioielli fragili e preziosi di vecchio stile, un po' barocco anche, che ricordano le nonne semplici e serene agghindate a festa. Nè l'erudizione e la fantasia inaridiscono il sentimento che serpeggia dappertutto in lagrime e sorrisi, e irrompe sovente in qualche canto d'amore indomito e tempestoso che non di rado termina in uno sconfortante abbandono. Le traduzioni dal vecchio inglese, poi, sono pregevolissime; specialmente quella dei difficili sonetti dello Shakespeare fatta con una fedeltà elegante quanto rara. C'è da augurarsi presto quella in prosa delle opere dello Shelley che il Sanfelice ci promette.
Ma sopratutto auguriamoci un secondo stuolo di Gru che, come queste, ci portino nelle loro piume un riflesso della dolce plaga dell'arte e dei sogni.
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