[II.]
(Ettore Sanfelice: Gru migranti).
Ho chiuso un volumetto di versi, non dei soliti. Del resto c'era da prevederlo. Ettore Sanfelice non è un ignoto nell'animosa schiera dei giovani bardi di questo scorcio di secolo. Di lui abbiamo, oltre varii scritti minori, due raccolte di Rime edite dallo Zanichelli, qualche scena lirica di soggetto biblico, e un dramma poetico: «Concordio», nel quale la vigorìa del concetto è rivestita radiosamente di versi sciolti d'una bellezza e d'un'efficacia non comune. Egli ha salpato con la sua navicella carica di tesori ed ora veleggia forte delle sue dovizie alla conquista dei paesi della gloria[3].
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Frattanto lancia un primo stuolo di «Gru migranti», fantasia di titolo così elegante che fa subito bene pronosticare. Poichè s'ha un bel chiamarla raffinatezza morbosa o decadenza bizantina, questa nostra delicatezza tutta moderna d'orecchio e di gusti che spia nella parola il colore e l'armonia, che ne spreme l'intima essenza e ne ricerca il simbolo occulto: sia perfezione o corruzione, se ne disperino pure i grammatici, il gusto c'è, e ci si lima per appagarlo, tanto che resterà come una delle caratteristiche della nostra letteratura contemporanea. Il titolo quindi deve riassumere oggi non solo l'indole ma l'anima del lavoro, e tutto ciò che d'inafferrabile e di vago resta sempre nella mente dell'autore intorno all'opera compiuta — qualchecosa che non era possibile tradurre e che egli vede diffondersi e accerchiare la creazione sua, fatta realtà, come quei vapori luminosi che qualchevolta fanno una sfumatura intorno alla luna. Raramente quando il titolo è di cattivo gusto l'opera è perfetta: in un punto o nell'altro rivelerà la goffaggine del padre che non seppe vegliare al suo battesimo. «Il verso è tutto» proclama il D'Annunzio; — e il titolo non è poco — osservo io. La presunzione, la modestia, la scimunitaggine, la fantasia, l'austerità la raffinatezza raggiano dal frontespizio, sono la firma morale dell'autore. Almeno così mi pare che sia.
[pg!97] Le «Gru Migranti» del Sanfelice si svolgono in lunga teoria, poderose e altere come aquilette regali, su un orizzonte a pause di nembi e di sole, nella solitudine d'una via del cielo troppo eccelsa per essere ingombra. «.... Come i gru van cantando lor lai» egli effonde la piena delle rime in una ricchezza di metro e di concetto che non si riscontrano frequentemente fra i nostri giovani autori. E neppure si trovano molti che conoscano come lui l'arte difficile del condensare — qualità che in prosa può esser solamente simpatica, ma che in poesia io ritengo indispensabile. Peccato che di questa sua forza egli vada tanto altero da abusarne un pochino a scapito qualchevolta della chiarezza e dell'eleganza; — ma in tempi d'anemia come questi si può ben perdonare un'esuberanza di salute, specialmente se il più delle volte c'incontriamo in versi come questi:
Scendono i morti e salgono le spiche,
recano quelli un'eco nel mister,
e forse queste, pane alle fatiche,
fremono della terra un pio pensier.
Io conosco qualche poema in cui si è tirato in ballo gli elementi e qualche cosa di più, che non riesce a dare il senso arcano e profondo della palingenesi come queste quattro righe nutrite d'una così gentile maestà. Di questi componimentini, coloriti e tenui come fiori, che raccolgono essenza vera di poesia, è costellato il volumetto denso e sottile. Il Sanfelice li chiama semplicemente «Sensi lirici» o «Note liriche» e sono un'innovazione riuscitissima, intorno alla quale amerei indugiare a lungo con una compiacenza tutta femminile come fra ninnoli fragili e costosi. Ma «la via lunga il piede mi sospinge»; poi il giovine autore, tutto volto a più serii ideali, [pg!98] mi richiama con un rammarico che par rimprovero alle creazioni maggiori che nel suo volumetto sono poi le più numerose.
Anche nella compilazione del libro c'è un po' di affastellamento — bisogna convenirne. I versi originali s'alternano senz'ordine con le traduzioni, e un leggiadrissimo monologo in versi martelliani confuso così nel pelago minaccia di naufragare. Si direbbe che il Sanfelice col suo tesoro di rime d'oro puro, riunite con una noncuranza da gran signore, voglia gettar una sfida alla gran caterva della mediocrità che dilata la moneta spicciola sul candore degli elzeviri. Pure, per una seconda edizione, mi permetterei di consigliarlo a lasciar circolare un po' più d'aria nel suo volume, anche sacrificando qualche pagina, per esempio quelle dedicate a tutta la Bellezza, trentatrè strofe d'una filosofia che starebbe meglio in prosa. Ma ora intanto esaminiamo il libro com'è.
Il Sanfelice, poichè non è un poeta volgare, s'accosta al sonetto con una specie di reverenza e lo sceglie per gli sfoghi dell'anima e per i soggetti preferiti — proprio come si ricorrerebbe a una persona eletta e antica per confidarle i nostri affanni e i nostri sogni. «Cassiodoro», «Anacreonte», «Saffo», «Arturo e Morgana», «Ginevra», «In Excelsis» sono a parer mio fra i belli i bellissimi. La prima quartina dell'«Ora» è superba: