Fra i capitoli, il cui titolo è spesso d'un'originalità di dubbio gusto, ammiro quello dedicato al ballo «Flamenco» nel quale la vigoria è assai armoniosamente commista alla cesellatura e alla sobrietà. Fresche e malinconicamente vere, le pagine in cui passa una graziosa figurina di attrice che la lunga abitudine dell'artificio ha reso incapace di esprimere con naturalezza un sentimento sentito; — simpatica la scena, che già accennai, fra re e cortigiana, scena fuggevole d'una fantasia di ballata o di sogno; — drammatico, malgrado lo spumeggiare dello spirito che ne attenua la tragicità, l'episodio dell'attentato alla vita del re, arrischiato dalla bianca mano di Katie, la lettrice russa che quel capo ameno di sovrano si limita per il momento a legare per i polsi a uno stipo col fazzoletto, come un'Angelica.... vestita! È una pennellata carina, d'indole schiettamente francese, meno le conseguenze che possono essere, ahimè, di tutti i paesi... Il re è rimasto incolume, ma un sospetto postumo, abbastanza avvalorato, che Katie abbia tentato il colpo meno per ragioni politiche che per ragioni amorose, gli conficca nell'anima uno dei soliti dardi contro cui non v'ha scudo nè difesa; e la bellissima dagli occhi azzurri e dalla voce melodiosa è vendicata, almeno per qualche tempo, più raffinatamente che non lo avesse potuto fare con la piccola pallina di piombo mirata al cuore.

Nel capitolo delle «Esposizioni» v'hanno osservazioni e definizioni sottili, fra cui questa che meriterebbe [pg!128] di essere stampata in fronte al volumetto non comune:

«L'umorismo è l'arte di far sorridere melanconicamente le persone intelligenti».

«.... Anche l'umore è una gran forza» — scrive più innanzi a pagina 210 — «appena che sia ben diretta, e può talvolta arrivare dove non arriva la logica nel campo del pensiero, nè la esperienza nel campo dei fatti. — In ogni modo, camicia di Nesso o nimbo leggiero che esso sia, non diventerà mai tale cosa da potersi levare e mettere come un abito di cerimonia e non importa nulla se guasterà talvolta le cose buone che non sono molte, perchè più sovente darà mano a sopportare le cattive che non sono poche».

Del resto l'osservazione minuta, esatta, non priva d'una certa arguzia, s'incontra sovente in queste memorie regali che hanno il pregio massimo di essere quelle d'un uomo sincero dotato del triste privilegio di conoscere e di analizzare sopratutto sè stesso spietatamente. Questo re psicologo ci dice il perchè di molte contraddizioni, di certe intime lotte che fanno sorridere gli uomini d'azione e che travagliano i delicati: le gesta dell'anima, ignorate, misteriose spesso per gli eroi medesimi costretti a pugnare nel laberinto contro un Minotauro invisibile.... Benvenuto dunque il serico filo che questo principe ci affida sorridendo!

Com'è vera nella sua complicazione l'analisi di quella «irritazione morale»: «.... si rivelava con dei rapidi passaggi dalla più febbrile allegria alla più depressa mestizia, con delle interruzioni di abbattimento e come di nausea dell'uno stato e dell'altro. A quest'ultima condizione ed anche alla tristezza, per quanto profonda, mi sapeva talvolta rassegnare, [pg!129] ma non mai, appena che ci pensassi un po', alla troppa giocondità, perchè forse più morbosa degli altri stati, e perchè, quanto più essa dava segno di sè medesima, ed altrettanto io era sicuro di piombare più a fondo nell'estremo opposto».

Ed anche questa, acuta ed essenzialmente umana: «........ gli spasimi del dolor fisico, e non importa quali, possono avere benigna influenza sopra lo spirito, allo stesso modo come le angoscie del cuore possono avvalorarvi a sostenere le torture del corpo. Nient'altro. Dolor acerrimus farmacus».

È invecchiato il giovine re, che si compensava alla notte della rigida etichetta del giorno, galoppando sul suo cavallo alla ventura, proprio come un ardente principe delle novelline di fate. È invecchiato, immalinconito, ha la gotta, ed esagera i suoi scrupoli sino a tralasciare di scrivere le sue memorie, che gli pare debbano scemare l'ultima energia che vuol serbare al suo popolo.

«Povera umanità!» termina sospirando. «Ma più poveri di tutti coloro i quali si stillano continuamente il cervello per determinare, ciascuno alla sua maniera, le origini, i procedimenti e gli effetti del male in terra, senza tentare di reciderlo, almeno dentro di essi, e senza porre mente che se non ci fosse stato il male, via, siamo giusti, nemmeno si avrebbe mai saputo che cosa fosse il bene. Come siamo ridicoli e lagrimevoli insieme!»

Ecco, non c'è bisogno d'esser re per arrivare a questa conclusione. Tutti, grandi e piccoli, maestri e discepoli, purchè portino in sè il germe dell'analisi — dello splendido fior velenoso — sono sicuri di rimanerne vittima pei primi. È una delle nostre grandi [pg!130] miserie questa voluttà insaziabile della vivisezione, che ci fa rialzare dissanguati, vacui, nauseati e sopratutto tristi della terribile tristezza dell'impotenza e della vanità. Almeno il male giovi, almeno le vittime ammonticchiate sugli altari servano a propiziare l'arte, la gran Dea.... Speriamo.