Ma Alberto Cantoni, avvezzo com'è ad anatomizzare i suoi polli prima di mangiarseli, dopo il titolo stuzzicante si trincera in un prologo poetico e forte come una rocca medioevale. Le memorie dell'incognito re gli sono promesse in un vagone di ferrovia [pg!124] cosmopolita e gli arrivano poi per la posta dall'Inghilterra ben suggellate e scritte in francese (perchè non in volapùk, la lingua universale?).

E lungo le memorie, divise in cinque fascicoli, non un raggio, non un filo, non la più piccola velleità d'una qualunque bandiera. Se l'intenzione della satira ci fosse, il Cantoni non avrebbe messo, mi pare, tanta cura per infiltrarci nella mente quasi a nostra insaputa la tranquilla persuasione che ciò non sia.

Un umorismo fine si diffonde per tutto il libro, a volte arguto, a volte un po' dilavato, di buona lega sempre.

Leggendolo di seguito, me ne rimase l'impressione d'una di quelle polle d'acqua leggermente ferrugginosa sgorgante di continuo con un gorgoglio di dolcezza brontolona. Il sapore non piace a tutti, nè sempre; ma quando il palato ci si abitua, si prova un certo piacere ad affrontarlo. «Un re umorista» non è un romanzo nè un libro nato da un pensiero profondo; egli appartiene a una categoria assai scarsa in Italia, ma che non per questo ha la sua ragione di essere come altrove, specialmente poi se i mezzi adoperati sono sapienti, come ad esempio, qui, la snellezza dello stile di una prodigalità veramente toscana. Anzi qualchevolta se ne abusa, e allora l'agilità diventa acrobatismo, il quale, se da un certo punto di vista può costringere all'ammirazione, cessa in pari tempo d'esser arte vera.

Anche di quello spirito incisivo, motteggiatore, ch'è una delle attrattive del libro, il Cantoni si compiace troppo, di quando in quando a danno dell'efficacia, della finezza e delle linee generali del lavoro. Talora si stempera in tutta la vanità delle Storielle di Camillo Boito, tal'altra si condensa invece nell'essenza [pg!125] saporosa dei Paradossi di Nordau. Nè intendo con questo di sminuire la sua personalità di scrittore che si delinea spiccata come poche — -tanto spiccata da impedirgli perfino di modificarla, quando entrano in ballo altri personaggi che a rigor di legge non sarebbe troppo verosimile trovare tutti, e sempre, in vena di far dell'umorismo come il protagonista o come lui. Per esempio, quella cortigiana d'ordine molto inferiore, che il re per un caso fortuito rapisce di notte dalla via, si esprime come la regina e come il presidente del consiglio: i due interlocutori che parlano di più. E dallo spunto dei discorsi di quelli che parlano di meno, si capisce che, se la loro loquacità fosse maggiore, manifesterebbero il loro pensiero allo stesso modo, che è quello del re. Ciò dà al volume una tinta di monotonia e un'intonazione di leggerezza che logorano la trama già lieve della narrazione.

Vero è che essendo memorie scritte da una persona sola, questa avrebbe potuto colorire del suo stile i discorsi che ripeteva; ma è verosimile che li infiorasse anche dei suoi sinonimi, dei suoi paragoni, dei suoi tratti di spirito?

Scoglio rude, questo del soggettivismo; contro il quale è così facile urtare specialmente nel dialogo — dramma o romanzo che sia — scoglio che pochissimi evitano, perchè mentre quasi tutti si occupano a donare ad ognuna delle proprie creature intellettuali una fisonomia propria, un'individualità, un tipo insomma, pochissimi si curano di darle anche una sfumatura di linguaggio proprio e distinto, come ognuno di noi ha nella vita a complemento e ad affermazione di sè. In questo i francesi possono esserci maestri. Quante larve di Zola, di Daudet, del [pg!126] Flaubert, del povero Maupassant ci sono rimaste vive e nette nella memoria non tanto per quello che fanno per quello che pensano, quanto per un loro modo speciale di esprimersi: o un laconismo, o una parola insistente, o un giro di frasi, o un'esclamazione, o un vizio di pronuncia, che li rappresenta a noi autonomi e fuori affatto della lente dello scrittore! Qui in Italia, invece, sia per la difficoltà grande della lingua che si piega a stento ai capricci della nostra fantasia, o perchè l'idioma regionale non è ancor fuso in un disinvolto parlar italiano, nello scoglio danno anche i sommi — non eccettuato il D'Annunzio, il grande incantatore; e Matilde Serao, la fiamma viva.

Ma il «Re» mi aspetta, ed è proprio una cosa nuova far aspettare un re.

Bando dunque alle minuzie, tanto più che l'intento principale di Alberto Cantoni non fu di fare un romanzo, ma di guardare il mondo da un punto di vista diverso dal comune e con un paio di lenti lievemente affumicate. Molte cellule racchiudenti il germe dei grandi problemi della morale e della vita si susseguono sotto i suoi occhi: molte, non tutte; ed anche su queste indugia la lente più per afferrarne l'ironia e la vanità che per analizzarle o colmarle del suo pensiero. Raramente questo re espone un concetto suo, ben definito, e qui somiglio quell'amabile brontolone a certuni che non sanno che crollare il capo e sindacare e sofisticare colle mani alla cintola e col cervello soffuso di vaporosità inutili quanto leggiadre.

Condotta con arte delicata è la progressione di quel leggero pessimismo che forma il fondo dell'humor in generale e di queste regie memorie in particolare: appena trasparente dapprima, si addensa coll'ammonticchiarsi [pg!127] degli anni, degli avvenimenti, al ringagliardire del vento che spazza via i pètali della fiorita di rose, su cui camminano tutti a vent'anni — giovani re, e giovani popolani.