È forse per questa ragione che i francesi moderni ci sono superiori nella prosa, come noi siamo ad essi maggiori nella poesia.

In questa specie di legge del taglione v'ha però una scappatoia, uno scampo. Ed è per quegli spiriti felicemente equilibrati che non sono intrisi ma intinti di poesia; che sotto l'involucro iridescente e prezioso hanno una mente pratica e nutrita d'osservazioni sottili e profonde. Sono quasi sempre spiriti forti e buoni, cui l'intima e continua nozione della vita ritempra, non corrompe; e se talvolta par abbuiarli di scetticismo, il velo non è mai così denso nè così irrimediabilmente calato da non sperare che una volta o l'altra, a un dolce raggio di sole, possa rialzarsi su un viso già fidente e già pieno di sogni.

Hanno la forza e la grazia, sono, come lo Shelley [pg!133] si riprometteva di essere, «dolci ed arditi.» La tempra e la vaghezza della loro lirica fa sempre perdonar loro qualche possibile mancanza di forma di originalità; e la somma sincerità d'osservazione che assurge per mezzo della verità alla più delicata poesia, compensa la loro prosa della scarsezza dell'elemento fantastico che qualche volta s'incontra in loro.

La colonia artistica femminile, o per la sua superiorità di senso pratico sull'altra, o per la sua inferiorità di cognizioni scolastiche — deficienza spesso provvidenziale — può vantare forse più della maschile di codesti campioni vincitori. Oggi ne abbiamo un esempio dei più efficaci in una donna gentile e valorosa, un'italiana di Trieste: Elda Gianelli. Dei suoi meriti di poetessa, dei fulgori incantati che raggiano dalle sue raccolte di versi, ebbi l'onore di parlare, e a suo tempo persone competenti assai più di me li encomiarono. Ora mi è assai caro di rintracciare in un nuovo volumetto di prose questo tipo muliebre di scrittrice, ardente e severo.

Sono racconti e bozzetti aggruppati, secondo il poco simpatico uso presente, sotto il titolo del primo racconto e del più lungo, che viceversa non è poi quasi mai il più pregevole, qui come altrove. «Incontro», questo nome schietto e disinvolto che fa immaginare una cortese figura femminile che ci viene innanzi amichevolmente, è quello della novella che inaugura il volume. Date le premesse dell'azione, l'ambiente, i caratteri delineati con sicurezza e il numero dei personaggi, credo che questo racconto, qua e là un po' sbiadito o affrettato, guadagnerebbe a rifondersi in un romanzo per equilibrarsi e affermarsi, precisamente come certe [pg!134] ricche nature adolescenti hanno bisogno per esplicarsi con ordine, dello sviluppo completo. Un romanzo che incominciasse con la scena che dà principio al racconto incomincierebbe assai bene. Quel vecchio conte, incollerito contro i reumatismi e la vecchiaia, non è una delle solite figure di padre nobile da commedia: è la vera vecchiaia del libertino, del despota, dell'egoista, arida e amara vecchiezza, più triste ancora di quella della sua vittima: la moglie inebetita dagli spasimi morali procuratile da lui.

Il solo fatto di quei due individui, di quelle due anime così lontane e così barbaramente avvinte dalle leggi umane e naturali, dal matrimonio e dall'infermità, che vivono, cioè respirano sotto lo stesso tetto, nella stessa gran sala, accanto al medesimo vecchio camino, è di un'alta potenza drammatica, di un'eloquenza indicibile. La Gianelli ha portato il suo sassolino all'edificio pericolante ancora del divorzio, forse inconsciamente: ma è una conclusione che si può dedurre, che si deduce dalla logica implacabile dei fatti e... basta.

Un'altra figura ben delineata e viva è quella di Marcella Sanvillari nello stesso Incontro; la figlia dignitosa ed onesta, quasi austera, della madre sgualdrina, antica amante e cattivo genio del conte. L'incontro è quello di Marcella con Massimo: i figli innocenti. A Massimo dapprima fa orrore il progetto di sposare la figlia della ganza di suo padre che gli renderebbe in dote la sostanza ignominiosamente sottratta alla sua casa impoverita; ma poi, quando conosce la fanciulla, non più giovane nè bella, ma fatta forte e degna dal dolore, se ne innamora nel senso più alto e più nobile della parola, rinunzia alla dote e si sposano, poveri.

[pg!135] Come ho detto, tranne la prima scena efficacissima e l'incontro di Massimo con Marcella dipinto con delicata maestria e rara chiaroveggenza femminile, questo racconto non lo direi una perfezione. Si legge tutto, però, avidamente.

Se lo spazio non incalzasse, indugierei con diletto su gli altri scritti, ognuno dei quali ha più di un pregio o di analisi o di osservazione o di forma, ma non posso raccoglierli tutti in uno spazio così ristretto: li sgualcirei. Così scelgo: Padron Paolo, Settembre, La giornata di Andrea.

Non si può quasi rilevare l'azione del primo, tanto è semplice. La figlia di padron Paolo, un agiato campagnuolo, ha troppo amato un famiglio; e padron Paolo li discaccia entrambi, li manda in una bicocca isolata e malsana alla miseria, verosimilmente alla morte. La penna della Gianelli, già sintetica e vigorosa come poche penne femminili, ha qui raggiunto il massimo della sintesi, della vigoria. Ho letto poche cose così pietose, così tristi, della tristezza ineffabile dello sfrondamento assoluto, eterno. Paolina non ha più un'illusione per il suo amore che le grava solamente come un'espiazione nel momento in cui ne avrebbe bisogno come di una fortezza e di una difesa. Ella subisce il suo destino con la passività delle anime rozze, ma ne risente tutta la desolazione. Vorrei potere trascrivere la pagina in cui è dipinto il piccolo e dolente convoglio all'atto della partenza; un carretto carico di misere masserizie, e su quelle, all'uscire di chiesa dove s'erano uniti in matrimonio, da una parte la sposa dall'altra lo sposo «che volgeva il dorso, la testa giù, il collo seppellito nelle spalle, nell'attitudine di un vecchietto immiserito» già quasi estranei l'uno [pg!136] all'altra, al sole levante, nella solitudine fredda ancora, dinanzi alla pianura che «si apriva come un deserto.» Una pagina per sobrietà, per colorito, per naturalezza non indegna dei nostri ultimi immortali del Grossi o del Manzoni.