Così passano i poeti nella prosa, elevandola fino ad essi per non scendere fino a lei: facendola evaporare tutta in una nebbia di profumo, in un'irradiazione di bellezza che serba della prosa la sincerità gentile, che ha della poesia lo splendore regale. Per questo, qualche volta, tutti intesi nella musicalità della loro sfera, i poeti non pensano che certi giri di frase, certi concetti, certi vocaboli possono parere artificiosi o insoliti troppo, a chi giudica dal punto di vista dell'idioma parlato: così anche nello «Stagno» per chi lo leggerà o lo giudicherà coi criteri soliti applicati ai romanzi, troverà qualche neo o nell'insistenza di qualche verbo tronco, in qualche inverosimiglianza nell'orditura dei fatti, in una certa compiacenza esagerata dei colori e dei profumi — compiacenza che diventa un po' fissazione quando fa dire all'autore che la piccola Ifigenia aveva i capelli che odoravano di caprifoglio, e fatta donna, gli occhi, le pelliccie, i guanti, le scarpe, le calze violette... A costo di rovesciarmi addosso gli odi del poeta, mi appello a tutte le signore se è possibile una stranezza simile...

Chiudendo il libro che finisce con un'affermazione desolata dell'immensa vanità del tutto, questo libro non volgare scritto da un ingegno non comune — questo Stagno che fra le nebbie tacite e malsane [pg!146] ha i margini fioriti di tutti i fiori di primavera — queste pagine quasi tutte d'amore, veramente sentite, veramente sofferte, forse; mi sono trovata a ripetere fra me le recenti parole d'un valente scrittore francese e le ho ridette, malinconicamente: «La vie active avec ses promesses et ses triomphes, vaut elle qu'on lui sacrifie l'amour?... L'amour, de son côté, mérite-t-il les privations, les regrets, les remordes qu'on endure pour lui quand on a trop écouté sa voix?... Tout passe, tout coule, tout s'effondre: il faudrait un point fixe, au-dessus de la vie, au-dessus de l'amour...»

[pg!147]

[Cipressi.]

(A PROPOSITO D'UNA NUOVA PUBBLICAZIONE)

Fra la fulgida gloria di messidoro e il vivo zaffiro del mare che sorride invitando, una rama di cipresso piove su una tomba.

Su quella tomba è scolpito un nome illustre, ma non è il sarcofago a cui i giovani muovono riverenti in pio pellegrinaggio — è una tomba invisibile, più tenue e più triste, scavata in un cuore.

Pensiero gentilissimo quello degli amici di Giorgina Saffi, di ricordare con lei nel doglioso anniversario delle sue nozze il compagno eletto, allontanato per sempre dalla soave solennità domestica che ha portato per molti anni tanta dolcezza nella loro casa, che vi porta adesso tanto sconforto con l'affermazione d'una solitudine memore della felicità. Ma la mesta signora deve aver pianto lagrime meno amare fra il delicato mormorio di compianto che s'effonde da si copiosa nobiltà di intelletto e di animo a carezzare il suo dolore.

Vecchi amici e giovani discepoli e donne gentili e stranieri posano la rama di cipresso sul sacrario, nel cuore dell'afflitta dama, ed ella li bacia in fronte ad uno ad uno e udendo in tutti il medesimo [pg!148] accento di venerazione per il suo morto diletto, quasi suo malgrado si sente consolata.

È un album in gran formato, d'una severa eleganza. Sul frontespizio la efficace eloquenza di una data a distanza di poco più di trent'anni: 1858-1891 — XXX Giugno — un lembo di sereno. La lettera inaugurale di Rinaldo Sperati, compilatore, è gentilissima: «....questa corona di semprevivi germogliata dal cuore — così termina — possa a Lei giungere non importuna nel dolore suo, e farle sentire che nel suo pianto sono uniti i cuori degli amici, interpreti del dolore inestinguibile della patria e dell'umanità.»