Ma un giorno questo uomo che ci appare sereno e qualchevolta eletto nel dolore, sopraffatto dalla sua tortura morale si uccide. Questo l'arte non rendeva necessario e il libro ha una vena malsana di più... Squisito libro però, malgrado quel po' di sconnessione [pg!143] che l'autore stesso riconosce e giustifica; d'una squisitezza di pensiero, d'una vaporosità di forma, d'una semplicità di stile come, pur troppo, in Italia non siamo avvezzi a riscontrare. La prosa di questo poeta fa pensare a quella di Bourget e di Loti, gl'indimenticabili: al primo, per la percezione netta di qualche lato più complesso e più oscuro dell'anima; al secondo, per quell'indefinibile senso che ha della nostalgia la mestizia assorbente, dolce, languidamente gravosa, e che li tiene non solo quando parlano del passato che spiega per essi tutto il suo fascino di leggenda e di storia, ma anche quando sorridono, quando si dicono felici. Paiono fiori cresciuti all'ombra e imploranti sempre, anche inconsciamente, la carezza fulgida, vivificante del sole.
Trascrivo una pittura stupenda:
«Quella sera rimanemmo a lungo, ricordo, mia madre ed io seduti davanti alla casa. La notte era profonda e splendida; i tre re brillavano netti sul cielo d'un fulgor di mosaico e tutto il cielo pareva cosparso di una polvere fina, come sabbia d'argento. La valle taceva immersa nel buio; ne saliva appena il trillare dei grilli d'una cadenza lenta e dolce. Accanto a noi qualche foglia muoveva nel vento, un grosso pino fletteva la punta, a tratti, e a tratti pure la sabbia del viale scricchiolava. C'era nella notte un fascino acuto; tutto pareva vegliasse e dormisse nel medesimo tempo: una impressione strana, ma decisa. Tutto pareva attendesse qualche cosa, sospirasse, invocasse, sperasse. E quella strana impressione si faceva pure su me.»
Ma tutta la soave magia dell'Autore si effonde quando comincia a parlar del passato. E non per [pg!144] ricordare o rimpiangere, non un passato, ma tutto il passato in astratto — tutta la sterminata immensità sbarrata dall'ieri inesorabilmente. Questo amore delle cose perdute, delle cose morte, sembra il più grande amore della sua vita, la sua idealità più gentile, il suo sogno più caro; è certo la nota fondamentale di tutta l'opera del giovine poeta, un ritornello triste, ma d'un incanto irresistibile. È il Giorgieri che parla per bocca del suo personaggio, qui:
«C'è, nel dire che una persona e un ricordo non tornerà più, qualche cosa di così acutamente dolente che riesce certe volte per fino a dolcezza. Non tornando più, quel ricordo o quella persona si manterranno sempre come noi li abbiamo nel cuore, puri, incontaminati, sereni.»
E ancora: «C'è, in questo ritorno dell'anima alle cose dilette e perdute, una tristezza così dolce che vince perfino il pensiero amaro della vanità del ritorno. Vivere o pensare di vivere non è la stessa cosa in fondo?»
E più in là: «Io sentivo in me come aperto un abisso dove sarebbero andati a finire tutti i desideri realizzati d'un giorno; io vedevo, io prevedevo la vanità e la meschinità delle cose desiderate, e pure il desiderio restava, reso anzi più acuto da quella grande idea della fine che passava dietro di lui.»
Infine questa riflessione così giusta e così sottile;
«Pare quasi che il rimpianto sparga sul cuore qualche cosa di così perfidamente dolce che ogni altra dolcezza non possa superarlo.»
Queste osservazioni penetranti e delicate che incontriamo quasi ad ogni pagina, fanno ai personaggi [pg!145] un fondo sfumato, quasi indistinto, ma d'un'armonia estetica grande — come la fusione smorta e sapiente negli arazzi antichi nei quali non si sa quasi dove il fondo finisca e dove la scena incomincia. Lo Stagno con le sue fantasie semplici e meste tramate d'oro, dà l'idea di uno di quelli arazzi meravigliosi, che paiono tessuti dalle fate nel paese dei Sogni.