Quando, parecchi mesi or sono, mi piacque occuparmi dell'arte elegante e finissima del Giorgieri Contri, il quale (noncuranza piuttosto unica che rara in questa fiera delle vanità) non ha ancora raccolto [pg!139] i suoi bei versi[4], accennai pure al romanzo futuro che era appena, allora, una promessa. Ora il volume è uscito nella classica bianca veste battesimale dalla più solerte casa editrice d'Italia, ma ciò che è meglio, ha realizzato quasi interamente quello che ci si attendeva da lui.
Nella prima pagina, nell'atrio, troviamo l'autore fra un gruppo d'amici che ci mette in guardia contro questo «povero libro ineguale, scritto a diversi intervalli di tempo: la prima parte nella giovinezza che spera e sogna ancora, la seconda nella giovinezza che muove già alla quiete, donde non vengono più luci di speranze o di sogni.» «I critici — ci avverte ancora — lo troveranno troppo slegato e i dilettanti troppo semplice...» Ma noi gli sorrideremo e passeremo oltre senza dargli retta.
Sono quasi trecento pagine d'una colorita delicatezza, che si suggono dolcemente, si respirano, se ne resta intrisi. Tutto diafano e molle e suggestivo come in una notte plenilunare; tutto di una poetica tenuità di sogno, d'una semplicità malinconica di vita vera, seducente il nostro spirito col fascino dei libri pieni di pensiero, più sottile, più penetrante di quello dei libri pieni d'azione. In queste pagine, raccolte sotto il titolo simbolico e a parer mio non troppo esatto di «Stagno», si svolge la storia di un'anima troppo delicata che non trovando o non avendo la forza di cercare appoggi nell'amore, nell'arte, nell'amicizia, nel lavoro, si ripiega miseramente [pg!140] sa sè stessa medicando le sue ferite con una filosofia desolata.
Con la mano abile e leggiera, usa a determinare le sfumature senza toglier nulla della loro vaporosità, il Giorgieri-Contri ci fa sfilare dinanzi visioni penetranti di paesaggi, di figure eleganti e tranquille, di idilli leggiadri o mesti, analizzando aspetti, anime, cose, con intuizione profonda, cui l'esattezza non toglie una vaga tinta di originalità che rivela la tempra dello scrittore. Nè alcun mezzo volgare, nessuna tragicità, facilitano col rilievo la descrizione. Non c'è neppure il forte dramma intimo che oramai nella produzione romantica ha preso il posto del frettoloso e ingenuo movimento dei romanzi d'un giorno. Null'altro che le nebbie, il tedio, i languori di qualche inverno malsano dell'anima come su noi tutti, fioritura estrema del secolo, n'è passato qualcuno: condizione spirituale che, essendo la più penosamente sconsolata, è pure la più difficile per l'arte che deve essere profonda e squisita. In questo grigio velario fluttuano bensì sogni di rosa e di viola — aspirazioni, promesse, forse, ma indeterminate e lontane.
Così a questo Filippo che non sa che passeggiare in campagna e in città, solo o più o meno bene accompagnato, verrebbe voglia d'augurare ciò che un giovane di mia conoscenza, un po' intinto della stessa pece, si augurava come ricostituente: un gran viaggio, una gran malattia o un grande amore. Filippo Albio ama, ma questo amore è una fiamma di candela, oscillante, debole, che non illumina nè riscalda, che la lontananza assopisce, gli ostacoli esauriscono, la fatalità vince quasi senza lotta, che la morte stessa dell'amata non fa che tingere [pg!141] di romanticheria. Triste amore di tempi tristi, nel quale c'è più egoismo che passione, più irresolutezza che delicatezza — che si fa una barriera morale di una fisima sentimentale o che passa poi senza scrupoli attraverso all'olocausto d'un'illibatezza immeritata. Egli per salvare Ifigenia da un esempio triste malvagio d'amore, vi rinunzia e la lascia sposare dolente ad un uomo che non ama e che non l'ama — ma ne accetta poi la dedizione come la cosa più naturale del mondo quando ella tradita, disillusa, viene a gettarglisi tra le braccia, due povere braccia che non hanno nemmeno la forza di custodirsi quella dolcezza per sempre.
La figurina di Ifigenia è dipinta con un tocco elegante, leggiero, sapiente. In lei tutto è impulso, sincerità. Una vera bambina, una vera giovinetta, una vera donna — di quelle che la maggioranza maschile ama: bella e ignorante, debole e dolce, con un po' di grazia che nasconde la banalità, fatta più per le carezze che per l'amore. Nè la fanciulla, vittima delle sofisticherie sentimentali dell'innamorato, nè la donna vittima dell'egoismo dell'amante, giungono a destarci una compassione profonda — poichè la fanciulla non ha saputo che rassegnarsi e la donna non ha saputo che cedere, rassegnazione e dedizione nè elevata nè intera.
Questa signorina che sa muoversi, vestirsi, passeggiare, pregare, guardar la luna e aver l'emicrania così leggiadramente, non sente le complicazioni dolorose di quel povero cuore malato che le batte vicino, non posa mai la sua mano bianca sul braccio del suo compagno per dirgli, con la voce dolce che pareva venire di lontano, una di quelle parole che l'amore sa trovare e che non si dimenticano [pg!142] più. E la donna che in uno slancio più inconsulto che generoso viene a domandar conforto a lui che pareva averla dimenticata, non sa poi affermare coraggiosamente il suo amore, reagire contro la fine del suo sogno, contro le fosche malinconie dell'amato, farsi la sua salvezza, il suo angelo custode per sempre. Rientrando sotto il tetto coniugale, vilmente, presso l'uomo che non stima più, che non ama, che ha ingannato, il soffio di passione che poteva essere grandioso se non puro, si spenge nell'adulterio volgare.
Una pena trista pare incombere su questa coppia gentile ed amante dal principio del libro sino alla fine, quella di amarsi per lasciarsi, per dimostrare non la fugacità ma l'inutilità dell'amore...
Una figura di secondo ordine, ma vigorosa e simpatica è quella di Giacomo, l'amico di Filippo, che ha delle teorie tutte sue, originali e profonde, sulla vita e sull'amore: «Niente riempie più nobilmente la vita che pensare all'impossibile, — dice una volta, — c'è qualche cosa di grande in questo pensiero che ti occupa, qualche cosa di orgoglioso nel dire a te stesso che la tua vita non ha una meta uguale a quella di tutti gli uomini, ma una meta che non raggiungerai mai e che pure preferisci ad ogni altra più certa e più ridente, forse.»
E un'altra volta: «Nella vita tutto quanto non è stoltezza è volgarità: amo meglio esser stolto che volgare.» Ecco un'individualista convinto!