La quantità non forma la qualità, convengo — ma data la straordinaria abbondanza, bisogna pur considerarla come una forza; — poi più fiori ci sono da distillare, più essenza se ne ritrae, è indubitato. Voi mi diceste d'essere ammiratore della poesia francese contemporanea e mi snocciolaste una dozzina di nomi che io ammiro quasi quanto voi senza smuovermi dalla mia opinione. Ora facciamo una prova: pigliamo per esempio la più bella poesia del Carducci — il Canto dell'amore o l'Idilio maremmano o un sonetto o, che so io, quella che d'accordo troveremo la migliore, e mettiamoci accanto la miglior poesia del miglior autore francese (chi contrapporrete al Carducci? Baudelaire? Richepin?): leggiamole tutte e due; e vi sfido a sostenere che quella che dà maggior diletto estetico è la francese. Ridete? rido anch'io, ma è così! Ho la fissazione, [pg!167] vedete, che lo spiritello vincitore s'annidi nell'idioma nostro, nel soave idioma che fa così armoniosa la rima — l'idioma caro e scellerato che tiranneggia i prosatori e che si abbandona con tanta docilità nella lirica e vi si adagia con tanta sovrana eleganza con tanto gentile impero, come se fosse quella la sua vera e naturale dimora. Io non chiamerò la poesia francese, come Heine che la detestava, «acqua tiepida rimata»; ma osservo che la morbidezza e la delicatezza suprema della lingua francese che fanno la prosa, per grazia carezzevole, inarrivabile, stemperano la poesia e le tolgono la sua maggior forza e il suo maggior pregio: la sintesi. Quando Victor Hugo volle esser più grandioso fu iperbolico, quasi grottesco; Leopardi cantando l'umile poesia degli orti e della vita rusticana fu quasi solenne. E lasciando in pace Leopardi e lasciando anche il Prati, l'Aleardi e lo Zanella, de' quali — come dite giustamente — non è più tempo, perchè non ci ricorderemo noi, oltre che del Carducci, di Olindo Guerrini che fuse pure nella gran corrente della poesia italica una vena distinta e canora di poesia individuale; del d'Annunzio, l'incantatore; di Rapisardi ciclopico; del fine autore di Valsolda, e di Praga, di Boito, di Graf, di Panzacchi, di Mazzoni, di Cannizzaro, di Marradi, del Costanzo, del Tanganelli, del Pascoli, del Giorgieri-Contri, del Pitteri, del De Amicis che ebbe pure accenti di consolante ed elevata poesia, di tanti altri infine che si rivelano tuttora poeti eleganti e valorosi e che sarebbe lungo troppo enumerare? Se in Italia ci si potesse persuadere, in letteratura come nelle altre cose, che della sostanza ce n'è ancora e buona, se invece di trattare ogni nuovo frutto dell'ingegno nazionale come Mefistofele tratta [pg!168] il povero mondo nel Sabba romantico, ci si adoperasse con coscienza e gentilezza a metter in luce il bello e il buono; ad essere un poco più facili nella scelta dei nostri libri e un po' più difficili nella scelta di quelli degli altri; se almeno le signore — le colte e le intellettuali che hanno pur tanta parte nella vita morale d'una nazione — non arricciassero il naso a tutto ciò che sa d'italiano e mettessero nel conoscere e nell'insegnare bene ai figliuoli la lingua materna la diligenza che mettono nell'addomesticarli e nell'addomesticarsi con le lingue straniere, molte nubi si straccierebbero dinanzi alla classica stella d'Italia. Che lieta maraviglia, pensate, se da un giorno all'altro ci trovassimo guariti dalla brutta malattia della diffidenza e del disprezzo verso tutto ciò che è nazionale!
[pg!169]
[Dal mio Verziere.]
[Pubblicato la prima volta nella «Cordelia», giornale per le giovinette — Anno XI.]
Una donna soletta, che si gía
Cantando ed iscegliendo fior da fiore.
Purg. XXVIII.
Pochi accordi di preludio. Leggiadre signorine, siete pregate di far capolino un momento nel piccolo santuario dove penso e lavoro. Su quel mobiluccio d'angolo, guardate, fra la lucernetta antica e il ritratto di una diva da molto tempo dimenticata, c'è un modesto albo di felpa rossa che, poveretto, lascio sbadigliare settimane tra quei vecchiumi, dimenticato anche lui. Fu in un malinconico giorno di emicrania e di solitudine che mi ricordai del vecchio confidente, che lo attirai fra i cuscini della mia poltrona. Sulla prima pagina un nome e una data, scritti da una mano ventenne; poi altri nomi illustri, simpatici, italiani, e tutti, o quasi, della letteratura militante. I versi agili, mesti, spigliati, gentili si rincorrevano sulle nitide carte rettangolari dall'orlo luminoso, alternandosi a brevi prose trascritte da tutti i lati, capricciosamente. Fresca com'ero della lettura dell'ultimo libro di Corrado Ricci, la mente corse subito alle pagine più belle, a quei «due suoni disuguali d'acque cadenti che sembravano rispondersi.... Un [pg!170] gorgoglio limpido come un trillo di usignolo e un murmure più lontano, cupo, lamentevole... Sembrava un dialogo cantato in una musica indistinta ma carezzevole e soave». Così il Ricci; e questo io pensava scorrendo le liriche e le brevi prose. Due toni: il maggiore e il minore, i sorrisi e i sospiri nell'eloquio ugualmente dolce, iridato, melodioso. Qua e là gli stornelli costellanti il fondo, come fiori.
Allora, coi fiori, mi venne il pensiero della Cordelia primaverile, di voi, signorine, ed ebbi il desiderio di indugiare con voi nel mio giovanile verziere. Prima però debbo avvertirvi che le creazioni che incontreremo non sono sempre le migliori che uscirono dalla penna dei loro autori, ma sempre le più adatte a voi e quelle forse che voi medesime preferireste per conformità di sentimenti e di tinte, come io preferivo. Ancora: non ci troverete novità. Vari di quei componimenti li avrete letti dove li colsi, sulle strenne o sui giornali. Ma aggruppandoli intorno al nome dello scrittore ci daranno un profumo più distinto e più acuto, svelandocene la personalità; poi qualche sfumatura imprevista del pennello divino la troveremo sempre, non dubitate. Volete dunque? Sì? Muoviamo.
[I.]
Antonio Fogazzaro.
Il Fogazzaro, che il felice accenno a una reazione idealista tende ora a mettere di moda, è il genio delle nebulose. Il maggior fascino che emana dalla sua produzione è, a parer mio, quello stesso delle più aggraziate invenzioni della fantasia tedesca, nelle [pg!171] quali alla più bizzarra meraviglia si mesce sempre un sottile soffio di semplicità domestica e sana che rischiara e riposa. Non so se sia da preferire nello scrittore il romanziere o il poeta, e, anche sapendolo, mi parrebbe un'irriverenza boriosa il trinciar giudizi in questi scorci alla buona. Mi limito quindi a leggervi qualche verso o a farvi notare i differenti aspetti che ho osservato in lui. Mentre nelle più belle pagine di «Malombra», di «Daniele Cortis», dell'indimenticabile «Mistero d'un poeta» egli ci inebria dell'infinito e ci ravviva lo spirito sino a farci del corpo una specie di simulacro, e, lievi, purificati, gloriosi, ci scorta fino all'estremo lembo della terra, fin dove appare non più come un miraggio, ma già come una costa lontana il paese dove ogni desiderio si sazia e si tace, nelle sue poesie è di una determinatezza lucente e chiara sebben lievissima e dilagante, un po' troppo, anzi, qualchevolta. Ecco intanto un sonetto bellissimo: