O che vi tracci, lettere candide,
la man leggiera sotto cui splendono
fiorenti i ricami, ed i tasti
vibrano d'un fremito canoro;
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o che di grossi segni incalzantisi
v'opprima il pugno che al maglio è docile
ma teme la penna, e tremando
recalcitra al lampo del pensiero,
da le soffitte giù per le luride
scale di legno, per le marmoree
da l'intime stanze odorate,
tutte alfine v'accogliete insieme
fraternamente. Nè qui le povere
vesti faranno largo a la boria
di chi le sogguarda stemmata
occhieggiando da' suggelli rossi:
ma tutte eguali, sott'esso il ferreo
timbro passate tutte. Affrettatevi,
o lettere candide; udite?
è chi piange e impazïente aspetta.
. . . . . . . . . . . .
In voi di sogni quanti fantasimi,
quanta, o gentili, copia di lacrime!
Inconscie voi sempre correte,
messaggere di sorriso e pianto.
Poi per le strade folte di popolo
da porta a porta bussando, e l'arida
giogaia de' monti salendo
in cerca d'un ermo casolare:
a la deserta vecchia cui premono
l'ansie pe' l figlio che strugge l'ultimo
vigor de le membra ne' solchi
grigi de l'inospite maremma,
a la fanciulla cui lungo il florido
sposo gli ostili colpi minacciano
pugnando a raccorre nel seno
de la patria l'ultima figliola,
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voi radducete, lettere candide,
voi radducete la pace a l'anima,
di che dolci lacrime asperse,
custodite di che dolce cura!
Mi duole di avervi spezzata per ragione di spazio la bellissima poesia eminentemente suggestiva. Anche al limitare della mente nostra s'affollano larve di sogni, di ricordi, di desideri al semplice vocabolo che racchiude come una pila di che far fremere l'umanità. Passioni, vizî, virtù, eroismo, sventura, salvezza; tutti i poemi, gli idilli, le tragedie della vita intima nella piccola e fragile arca affidata al destino. Oh poter dire a una lettera: affrettati! all'altra; indugia! a una terza: ritorna! a una quarta non partire! Quante esistenze deviate, distrutte, vivificate, risorte, per una lettera! Quanti cuori che non sapevano di battere o non immaginavano di battere più, hanno balzato accogliendo in generose onde la vita null'altro che nello scorgere su una busta una calligrafia! E la poesia gentile, inaspettata di certe grosse scritture inesperte uscenti sotto una mano tremante o avvizzita dagli anni? la incredibile prosa di certe letterine stemmate, odoranti, dall'allungata scrittura...?
Oh il vario, inesauribile tema in cui si fondono e sfumano delicatamente psicologia, favola, libero arbitrio e destino!... Un dì o l'altro, auspice la poesia del Mazzoni, lo scriverò il monologo che fa capolino nella mia mente, e che s'intitolerà: La lettera.
A voi, signorine dall'armoniosa favella, una delle più simpatiche liriche del poeta d'oggi — una poesia dalle salde radici e dalla cima fiorita:
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IL CAMPANILE DI GIOTTO
— Presso a la Chiesa sorga: e sia l'opera
quale nè i Greci mai la pensarono
nè i padri Romani. Vogliamo
che sia degna di Fiorenza nostra —[7]
E tu crescesti, fiore marmoreo,
bel campanile! crescesti candido
scambiando un saluto fraterno
con la torre de la Signoria.
— Io son la forza de la repubblica —
disse la torre da i sassi ruvidi.
Risposer fulgendo i tuoi marmi:
— Noi la luce del pensiero siamo!
Ilare e forte crebbe qui l'animo
de' fiorentini: crebbe la cupola,
de l'ombra sua grande coprendo
tanta gloria di costumi e d'arte.
E qui, su i marmi, ne' miti vesperi
posâro un tempo gli avi. Sedeano
raggianti di sotto al cappuccio
l'onestà de la serena fronte;
e in gaie prove già crepitavano
novelle e motti: ma l'arti e i fondachi
orgoglio a la patria vantando,
si accendevan le parole e i volti
d'un santo riso. Su loro, a gli ultimi
raggi del sole, ne la sua gloria
svolgevasi superbamente
il gigliato gonfalone bianco.
Invan le inique schiere si fransero
sotto gli spalti di Michelangelo:
divelti al Marzocco gli artigli
quel ringhioso addormentossi ignaro.
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Da i sassi a' marmi volano volano
stridendo i falchi da cinque secoli;
e sotto si frange spumando
la marea de le incalzanti vite:
e tu pur sempre la fronte nitida
levando al cielo, gentil miracolo,
come l'arte splendi sereno,
come l'arte sempiterno splendi.
Ave, Firenze, dolce austerità inghirlandata di rose, anima luminosa d'Italia, ultimo sogno mio giovanile... Passiamo oltre.
Anche Guido Mazzoni gitta un fiore alla neve. La Nevicata del Praga è forse più vera, ma questa è sommamente artistica. Uditene un poco:
NEVE.