Mite è la neve. Scende leggera da un cielo di perla

come il piovente fiore de' biancospini;

silenzïosa scende, s'aggira, sussulta volando

come farfalle presso la siepe nova.

Sopra le vie fangose, su le arse campagne da' ghiacci

morbida e bianca scende la neve pia,

ed al maligno inverno che insulta le terre domate

tanto squallore splendidamente cela.

Crescon per lei sicure le timide punte del grano:

sperano il raggio de' rinfiammati soli:

cresce per lei la speme di messi fiorenti; e il colono

sogna la falce tra le mature spiche.

Guarda il fanciullo ai vetri che 'l fiato fumante gli appanna,

forti trastulli dona la neve a lui:

guarda a la lente il dotto; di stelle e di gelidi fiori

studio invocato dona la neve a lui.

. . . . . . . . .

[pg!210] Questa Neve mi ricorda la neve vera d'un gennaio non tanto remoto eppur così lontano; e una mia fantasia ispiratami da tutto quel bianco della campagna che mi attorniava e dalla reminiscenza insistente dei due primi versi. Io pensavo alla gran soavità dell'aria se quei pètali nivei avessero avuto un profumo...

L'ora, il tempo, la dolce stagione, e il poeta e la sua patria, oggi non ci allontanano dai fiori. Ebbene, cogliamone ancora a piene mani:

NOTTE DI MAGGIO.

Stanotte (il vento lungo affannavasi

rombando ai vetri che crepitavano

ne' buffi de le goccie grosse)

sùbite irruppero ne la stanza

le fate. — Oh come, come a l'angustia

di queste mura piacquevi scendere? —

Ed esse ne' giocondi volti

risero splendidamente belle.

— Non mai più miti salgon gli effluvii

da l'esultanza fresca de' margini,

di quando il fior de l'erba nova

bacian col niveo piè le fate:

ma noi vedemmo splender la fiaccola

traverso a' vetri tuoi per le tenebre;

e qua veniam consolatrici

l'ala del turbine cavalcando.

A sogni è dolce cura de gli uomini:

concedi ai sogni l'anima, Illudervi

di care visioni è a voi

l'unico farmaco de la vita. —

. . . . . . . . .

L'intervento diafano e sottile delle creature vanescenti mette nell'aura di questa poesia che inoltrando [pg!211] s'infosca, una fluttuazione di profumo antico e rudimentale; qualchecosa d'inesprimibilmente blando, come i cori degli spiriti nelle tragedie greche: come intorno al titanico dolore di Prometeo il benefico aleggiare delle Oceanine.

Eccovi per ultimo un esempio della Poesia domestica del Mazzoni, colorita e gentilissima:

Canta canta la mamma al fantolino;

e lo dondola lieve in su' ginocchi,

spiando il lento velarsi de gli occhi:

— C'era una volta un grillo canterino.

Cantava questo grillo in mezzo al lino;

vien la formica: — O grillo, o grillo bello,

dammene un filo! — E che ne vuo' tu fare?

— Calze e camicie pe 'l mio corredino.

Dice il grillo: — Se vuoi ti do l'anello!

Di gioia la formica ebbe a impazzare:

Ma quando furon dinanzi a l'altare.... —

Sul luccicor de gli occhi sonnolenti

gli battono le palpebre frequenti.

Ecco i sogni: sorride il fantolino.

Facciamo anche noi come il bimbo: dormiamo. Dormiamo sul primo fieno falciato vegliati dal grillo e spiati dalla formica. Dormiamo, sognando i calendimaggi ignorati delle microscopiche tribù che ronzano, stridono, saltano, o strisciano nelle loro foreste sterminate di steli in cui mai l'uomo potrà voluttuosamente smarrirsi e che mai potrà conquistare: foreste di milioni di fusti lisci, eleganti come colonnine corintie; fra cui ondeggiano lassù, lassù, nelle cime estreme ed eccelse, gonfaloni rossi, azzurri, bianchi nella gloria del sole. Per noi non sono che campi di lino e di grano fioriti di papaveri e di margherite.

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