Ah! un giorno finirà l'orrida lite,
Disseccherà l'amore in fra le genti
Questo fiume dai vortici cruenti,
Questo mare di lacrime infinite!
Ma quelle razze dall'affetto unite
Ricorderan devoti e reverenti
Le stragi enormi e il sangue e gli ardimenti
A cui dovranno quell'età più mite.
E gli stendardi venerati e santi,
Delle trascorse età pegno e memoria,
Avranno onor di cantici e di pianti;
Ed alzerà ogni gente un arco immane
E scriverà sulla sua fronte: Gloria
A tutti i morti delle guerre umane.
Era il De Amicis dei Bozzetti militari che scriveva così. Non lo dimentichiamo, oggi.
[pg!220]
[Piccolo intermezzo in prosa.]
«L'arte di comandare a sè stessi consiste in gran parte nel trovare argomenti e parole efficaci per smuovere in noi la vergogna. Ci vuole immaginazione ed eloquenza».
E. De Amicis.
[VIII.]
Contessa Lara.
Ecco fra le fresche dovizie d'una primavera tutta schiusa il più delicato fiore del mio verziere: una figura femminile, una fine figura d'artista e di signora. Un'Eva nel piccolo paradiso, o meglio la fata d'una novellina nordica che porta nell'ubertoso brolo la vaghezza del suo capo biondo e le meraviglie della sua mano. Ha in arte un nome cavalleresco e poetico che a' piedi delle sue creazioni forti e gentili armonizza come l'accordo finale che raccoglie la melodia.
Nella verde Italia in cui nuovi e antichi ingegni scintillano come le goccioline di rugiada su un margine erboso, non è scarsa la pleiade femminile; però non molte delle nostre scrittrici sanno come la Contessa Lara tratteggiare con uguale finezza di gusto e disinvoltura un bozzetto, una poesia, un articolo d'arte, un romanzo. Quindi arrestandoci innanzi a [pg!221] qualche sua poesia non dobbiamo dimenticarlo, non dobbiamo dimenticare che stiamo osservando un sol raggio, un solo colore di questo versatile intelletto. Pensiamoci anche se ci urta talvolta in questi versi un po' di quel dilettantismo mondano nel quale ahimè si crogiolano pure tanti poetini e poetucoli che poi in fin dei conti non sono capaci di fare che i canterini. La penna della Contessa Lara è sopratutto elegante, spesso arguta, molte volte ardente, sempre aristocratica. Il dolore, la mestizia, l'angoscia non effonde in elegie sentimentali, o in quelle tirate romantiche che rinviliscono sotto mentito profumo femminile la nostra letteratura agli occhi della più sapiente metà del genere umano; quando la sua anima è intorbidata, o ferita, o dolente, ella non ce lo dice, ma noi lo intendiamo meglio che se ce lo dicesse. Ella sente forse nella vita, certo nell'arte, la dignità del dolore. Ancora: è raffinatissima, ma non mai sino al decadentismo o alla morbosità; ama le cose belle, la forma più che l'essenza delle cose ma l'ama tanto che sovente giunge a toccarci l'anima non per l'intensità, ma per il rapimento della sua contemplazione. Confonde anche talora la sensazione col sentimento, talora la preferisce apertamente, essendo sempre ed anzitutto schietta con sè e con noi, anche a costo di parer cruda o di dispiacere. La sua è la sincerità delle spine sotto il profumo delle acacie o ai piedi della fiorente venustà delle rose. Un'arma contro la soverchia debolezza, una difesa.