Il nome d'uno sconosciuto, letto sull'arca antica d'un chiostro gli ispira fra le altre queste strofe animate, direi volentieri irrequiete, come una fiamma:
. . . . . .
Il nome tuo tre secoli
Passò ignorato e mero,
Solo il trovâr le biche
Dell'umili formiche
E la pupilla inquieta
D'un giovine poeta.
Ed eri forse un genio
A cui fallìa la gloria.
Un pazïente anonimo
Smascherator di storia.
Un creätor d'orrende
Romantiche leggende,
O del poema nero
Di Faust o d'Assuero.
Forse una ragna pendula
Fra due cippi romani
Ti rivelò il miracolo
Dei ponti americani,
Forse per l'aura bruna
Vedendo errar la luna
Divinasti l'incauta
Magìa dell'areonauta.
[pg!243]
Certo ti colse il torbido
Problema del futuro
Scavando i bei caratteri
Sovra l'antico muro;
Eri certo un poeta!
Eri certo un profeta!!
(O, idea vulgare e trista)
Eri forse un copista.
La padronanza e la disinvoltura dell'arte è sempre, come vedete, perfetta. Ma dove Arrigo Boito raggiunge una potenza meravigliosa è nella Fiaba di Re Orso. Vi s'incontrano accenti Shakesperiani. A voi, fanciulle, poco posso esporre di quella diabolica concezione, ma abbastanza spero per darvi un'idea della gagliarda originalità di tutto il lavoro. Udite:
V.
PAPIOL.
Per le bimbe, per i pargoli
Dalla fiaba impauriti,
Per i nonni fra le tenebre
Desti, pallidi, romiti,
Cangerò la tetra nenïa
In un verso allegro e matto,
Colla storia ed il ritratto
Del giullare Papïol.
Fu il buffon da una mandragora
Messo al mondo, e appena nato
Era al par d'un dito mignolo
Picciol, magro, affusolato;
Poi restò sempre rachitico
Fin ch'ei visse ed infermiccio,
E la crosta d'un pasticcio
Fu la culla di Papïol.
[pg!244]
Per cimiero ei porta un guscio
Di castagna o di lumaca,
Una pelle di lucertola
È sua calza ed è sua braca;
Gli filava una tarantola
Cinque corde al suo liuto;
E non v'ha giullar più astuto
Del gobbetto Papïol.
Tien la vespa il fine aculeo
Dentro il corpo alidorato,
Tal Papiolo entro la cintola
Tiene un ago avvelenato,
Con quell'ago ei fe cadavere
Più d'un Duca e più d'un Conte,
Per quell'ago sir Drogonte
Venne spento da Papïol,
Perchè un dì, presente il Principe,
Arse vivo uno scorpione.
Fu Papiolo eletto al titolo
D'uom di Corte e Centurione;
Sulla terra ancor non videsi
Un più gracile arfasatto.
Ecco i fasti ed il ritratto
Del giullare Papïol.
Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza popolare. Eccovi ora lo spunto d'un altro capitolo in cui traluce molto bene la personalità del poeta:
Cessato è il nembo; — va volando intorno
L'angiol del giorno — a spegnere le stelle
E le fiammelle — che brillano sui fari
Dei marinari. — L'esule chiesetta
Dell'alta vetta — già si fa men bruna
E ancor la luna
Splende sull'ermo
Bianca ed immota.
Come una nota
Di canto fermo.
. . . . . .
[pg!245] Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora una volta l'artista ha vinto il poeta.
In Re Orso colgo pure la vaghissima serenata «Ago ed Arpa» che par uscita veramente dalla bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza Isaura di Tolosa: