Io di Provenza tenero troviero
Vorrei cantarti nella mia loquela,
Chè più soave mi parrebbe e mero
L'inno amoroso che il mio spirto inciela,
Per te sui voli dell'idea cavalco,
Cacciando le colombe del pensier;
Tu fai di me, siccome fa col falco
Il falconier.
Tale m'alletta amoroso martòro
Che giorno e notte vo cantando e ploro
Tan m'abelis l'amoros pensaman
Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.
. . . . . . .
Ier notte oravo, il mio fervor blandia
Quasi un soffiar di celestiale avena,
E mi si ruppe in cor l'Ave-Maria
Perchè appena fui giunto al gratia plena
Tu m'apparisti, angelicata donna,
Tutta piena di grazia e di virtù.
Certo salì la prece alla Madonna
Ed a Gesù.
Tale m'alletta amoroso martòro
Che giorno e notte vo cantando e ploro.
Tan m'abelis l'amoros pensaman
Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.
Ten vieni o Donna nel gentil paese
Dove vibran le cetre e le mandòle,
Dove nasce la vaga sirventese,
Dove si parla in rimate parole,
Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,
Dai mali, dalle lotte e dai viventi,
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Qual si ripara colla palma un lume
In mezzo ai venti.
Tale m'alletta amoroso martôro
Che giorno e notte vo cantando e ploro.
Tan m'abelis l'amoros pensaman
Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.
Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica degli amori irrimediabilmente lontani, i soli amori, forse, degni del nome divino. Quell'Avemmaria rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come una fiammella con la mano, sono immagini e ispirazioni che non possono essersi accese che nella mente di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di Ventadorn, venute attraverso i secoli, come un'emanazione, nella mente di Arrigo Boito che le ha tradotte in tutta la loro freschezza nativa.
Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma qualche fanciulla pensosa amerà forse ch'io le ripeta i gentili versi sulla conchiglia, che emergono come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura d'Ero e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente la profetica virtù che le fanciulle, custodi di ogni poesia, amano tanto di attribuire alle cose inanimate, rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:
Conchiglia rosea
Del patrio lido
Piccolo nido,
Del vasto mar.
Dell'alma Venere
Culla e flottiglia
Rosea conchiglia.
In te ricircolano
Mille volute
Che fan che mormorino
Fin l'aure mute.
Tu canti e sfolgori
Coro fra i cori
Oro fra gli ori
Del sacro altar.
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Entro ti palpitano
Le nettunine
Ninfe che avvincolansi
D'aliga il crine
E tutti i zeffiri,
Pel cielo erranti
E tutti i canti
Del pescator.
Dimmi l'oracolo
Di mia fortuna,
Tu della duna
Eco e splendor.
Parla, la vergine
Cupida origlia,
Rosea conchiglia.
L'api che ronzano
Fra gli oleandri
Ne' tuoi meandri
Odonsi ancor.
Un trillo eolio
In te bisbiglia
Rosea conchiglia.
Parla... e che? turbinano
Sconvolte l'onde!
Crollan.... rigurgitano...
Alte e profonde.
E sull'equorea
Terribil ira
Piomba la diva
Furia del tuon.
Orror profetico!
Rombo bïeco!
Terribil eco!
Ria visïon!
Fuggi! Ho una lagrima
Sulle mie ciglia
Tetra conchiglia!
E ora quelle fra voi che presto calcheranno la piccola orma sulla sabbia di qualche beato cantuccio di spiaggia italiana, non dimentichino di insudiciarsi la punta delle dita per strappare al tepido e bigio umidore delle labbra del mare una delle sue ruvide margherite. E non siano presagi di tempeste il risultato del responso capriccioso, ma sogni di pace nel ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie dei pescatori.
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[Piccolo intermezzo in prosa.]
«.... la connaissance du coeur humain conduit à l'indulgence et à la bonté.»
Flammarion.