Giosuè Carducci.
Onoriamo l'altissimo poeta, il nostro Carducci — una gloria vivente d'Italia.[8] Dopo, direte addio al mio verziere e ho caro che nelle vostre menti giovinette rimanga più a lungo l'immagine sua. Voi dovete essere, lo ripeto, fanciulle, le vestali dell'ideale, le custodi dei sentimenti grandi e buoni, è a voi di ricordare che ancora al mondo ne rimane la diva scintilla: a voi di ridestare i già spenti, di bandire crociate contro gli apostata dei primi obblighi sacri delle giovinezze studiose: la riverenza e la gratitudine. In ogni tempo e in ogni luogo la superiorità dello spirito o del cuore si pagò e si paga assai cara; è intorno alle roccie titaniche che i flutti si frangono con più sonante rimescolìo — sulle basse scogliere l'onda passa tranquilla, obliosa, irridendo. La vita dei grandi è travagliata, infelice — ma quante amarezze che la gloria non lenì, raddolcirono bianche mani femminili null'altro che col posarsi su di una fronte! Ricordatelo, voi, che siete la primavera che promette e l'avvenire che si sogna.
Lasciando da parte, dunque, le opere più note del poeta, — che a scuola o a casa persone assai più valenti di me vi hanno commentato — rivolgeremo [pg!249] la nostra attenzione alle creazioni minori, nelle quali pure le qualità adamantine del padre rifulgono in tutta la lor classica purezza. Io ho un po' di manìa per le opere minori in genere, che non di rado preferisco alle altre perchè, mentre serbano l'aria di famiglia, hanno quasi sempre un abbandono più ingenuo e più grazioso. Sono belle bimbe vestite da casa al confronto delle sorelle già al vertice della giovinezza rigogliosa, abbigliate per una comparsa ufficiale nel mondo. C'è il fàscino dell'inesplorato, del romito e della brevità come nelle scorciatoie in confronto alle vie maestre — l'attrattiva d'un salottino intimo e abitato, in paragone ad un salone per i ricevimenti di parata — la promessa vaga di una quantità di piccoli incidenti impreveduti, di cento piccole meraviglie inattese, di mille suggestioni insperate — come in un'escursione a piedi invece di un viaggio in ferrovia. E così potrei moltiplicarvi gli esempi all'infinito. Ma già voi mi avete intesa a volo. L'anima del poeta pare riguardare in sè stessa senz'altra cura che di meriggiare, e di questo riposo viene a noi pure un refrigerio soave. Se è addolorato, il suo dolore è dimesso — se gaio, la sua gaiezza è infantile. Così è il Canzoniere che mi rivela più lucidamente lo spirito di Dante, il Rinaldo che rende la freschezza d'immaginazione del Tasso intorpidita nella sua celebre Gerusalemme: e uno dei più schietti modelli di poesia italiana ci viene offerto da una produzione tutta intima della quale l'autore — il Petrarca — quasi si vergognava.
Ma qui regna Carducci. Parliamo di lui.
Si può ammirarlo, il Carducci, con più o meno entusiasmo, ma il suo ingegno non si può discutere. È classico, determinato, possente, qualche volta [pg!250] formidabile: — efficacemente sintetico sempre — condizione essenzialissima per una forte vitalità poetica. Come da un terso blocco di marmo pario, egli cava dalla sua mente ogni sorta di capolavori, che il sole dell'arte illumina e riscalda. Monumenti colossali e statuette da salotto — gruppi armoniosi e bassorilievi purissimi — arche d'una divina sobrietà trecentista su cui il simulacro del guerriero, come stanco, riposa colle mani in croce tutto armato, e guglie aguzze di qualche magnifico edificio che sfida il tempo. Qualche volta non ne ricava che una lapide nuda, fredda, ma ci scolpisce su qualche parola che infiamma. Quando narra di storia, diletta come se ci facesse passare dinanzi agli occhi una serie di quadri dei floridi pittori veneti del cinquecento — quando fantastica, ci trasporta sulla poderosa ala d'aquila fino al sole — quando ricorda o rimpiange, ha l'abbandono pieno di pietà d'una querce abbattuta — d'un rudero invaso d'edera — di qualche cosa di grande e di già vittorioso piegato e vinto.
Ma meglio che le mie sbiadite parole vi cesellerà egli medesimo l'immagine propria. Tolgo molto dalle Rime Nuove, raccolta de' suoi versi che io preferisco.
Ecco come questo spirito di titano intende il poeta:
. . . . . . .
Il poeta è un grande artiere,
Che a 'l mestiere
Fece i muscoli d'acciaio:
Capo ha fier, collo robusto.
Nudo il busto,
Duro il braccio e l'occhio gaio.
Non appena l'augel pìa
E giulìa
Ride l'alba e la collina,
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Ei co 'l mantice ridesta
Fiamma e festa
E lavor ne la fucina;
E la fiamma guizza e brilla
E sfavilla
E rosseggia balda audace,
E poi sibila e poi rugge
E poi fugge
Scoppiettando da la brace.
Che sia ciò non lo so io;
Lo sa Dio
Che sorride a 'l grande artiero.
Ne le fiamme così ardenti
Gli elementi
De l'amore e de 'l pensiero
Egli getta, e le memorie
E le glorie
De' suoi padri e di sua gente.
Il passato e l'avvenire
A finire
Va ne 'l masso incandescente.
Ei l'afferra, e poi de 'l maglio
Co 'l travaglio
Ei lo doma su l'incude.
Picchia e canta. Il sole ascende,
E risplende
Su la fronte e l'opra rude.
Picchia. E per la libertade
Ecco spade,
Ecco scudi di fortezza:
Ecco serti di vittoria
Per la gloria,
E diademi a la bellezza.
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Picchia. Ed ecco istoriati
A i penati
Tabernacoli ed a 'l rito:
Ecco tripodi ed altari,
Ecco rari
Fregi e vasi pe 'l convito.
Per sè il pover manuale
Fa uno strale
D'oro, e il lancia contro 'l sole:
Guarda come in alto ascenda
E risplenda,
Guarda e gode e più non vuole.
Oh così, così mie fanciulle, erano i bardi dell'età passata — così confidiamo che siano quelli dell'avvenire! Avete sentito che gagliardìa d'ispirazione e di tocco, che nitidezza di espressione — come il Carducci è padrone della lingua, del verso, della rima, come è poeta in essenza e artefice nella manifestazione? Oh sì, il rude artiero che doma la materia e col robusto braccio foggia cose sì gentili baciato dal sole levante è lui — ahimè, forse solo.
Il Carducci ha radicato e vigile l'amore della sua terra al cui pensiero fra il tempestar delle passioni spesso ricorre come a un ritornello blando e addormiente. Questo sonetto è una particella viva di cuore: