Pensò un momento a suo fratello che viaggiava: in cerca di un editore, diceva lui, e affermava la nonna. Ma Clotilde sapeva bene che si dimenticherebbe dell’editore alla prima stazione balneare. Non sarebbe la prima volta, e la nonna continuava a illudersi e Roberto a sbizzarrirsi, scusato, protetto. Pure non lo invidiava e non avrebbe dato, per un mese di quegli ozî gaudenti, neanche una delle sue giornate laboriose, così rapide, così feconde; che malgrado la sua naturale semplicità la facevano avvedere d’acquistare una superiorità sempre crescente, un’indulgenza sempre più serena.

Clotilde leggeva un articolo in un giornale letterario che le aveva prestato Serralta. I suoi studi faticosi le facevano ricercare la cultura del bello come un riposo. Leggeva accanto alla finestra, alla luce della lucernina posata sul tavolino. La notte era scura, opprimente, greve; neanche uno spiro d’aria; la fanciulla soffocava anche così, un po’ discinta nella sua blusa di mussolina blu, tutta increspata, che lasciava indovinare solamente le forme bellissime del suo corpo; il nodo dei suoi capelli, fermati dal pugnaletto d’argento, si allentava; tutta la sua persona aveva quell’aspetto di languore molle che danno le sere d’estate molto calde, tutte piene d’insidie e di viltà. Clotilde s’era appoggiata al davanzale. Il giardinetto s’addensava nell’ombra; all’orizzonte i baleni si seguivano a pause come guizzi convulsi, le rane gracidavano forte, alla distesa, implacabilmente. La ragazza aguzzava lo sguardo per penetrare l’ombra, laggiù, poichè le era parso che qualcuno o qualcosa vagolasse nel giardino. Ma la sua miopia le nascondeva ogni cosa e quelle rane assordanti le impedivano di ascoltare. Sporgendosi con un movimento brusco le scivolò giù il giornale.

«Benissimo,» pensò; «almeno ci fosse qualcuno davvero per rendermelo». E rimase ancora qualche tempo, spiando attenta, immobile. Ma non intravide più nulla. «Saranno le ombre dei miei occhi,» concluse. E si dispose a scendere per raccattare il giornale, poichè ell’era molto gelosa della roba che non le apparteneva.

Accese la candela, traversò la stanza che divideva la sua dalla camera di suo fratello, ora vuota; scese le scale adagio, chetamente. Le faceva impressione di errare a quell’ora nella casa buia e silenziosa; e, coi nervi e la fantasia eccitati dal lavoro intellettuale, s’immaginò un momento di recarsi a un convegno furtivo. Allora il cuore le battè come se fosse vero, e ne sorrise, da sè, nell’ombra. Poi, una tristezza improvvisa le piombò sull’anima e l’immagine di Aroldo, in quell’attimo di spontaneità che non ebbe il tempo di domare, le apparve con un rimpianto. Inoltrò, sgomenta, come le accadeva sempre ogni volta che i sensi la soverchiavano all’improvviso — posò il lume per terra nella saletta d’ingresso e aperse l’uscio che metteva in giardino, chiuso diligentemente dalla nonna nella sua ultima ronda. Era agitata, nervosa; intuiva vagamente un pericolo — non sapeva quale, nè perchè. Scese lo scalino di pietra con precauzione poichè non ci vedeva affatto, e fece qualche passo verso la finestra della sua camera. Di colpo si sentì ghermire da due braccia robuste e un fiato ansante le alitò sul viso.

— Ah, lo sapevo! — mormorò lei col cuore tumultuante per l’emozione inattesa e pur preveduta; — Aroldo!

Ma poi dopo quel momento di silenzio rabbrividì. Aveva indovinato, più che intraveduto, l’avvocato Dardanelli.

— Clotilde.... Clotilde.... — mormorava la sua voce che a quell’ora e nel buio assumeva un’intonazione strana; — non ne posso più, Clotilde... da due ore sono qui a misurare quella finestra... volevo salire.... io sono pazzo, Clotilde....

La fanciulla istintivamente cercò di svincolarsi, ma quelle braccia erano di ferro; ella ebbe allora la rapida percezione che lo smarrimento e la paura l’avrebbero perduta. Con un atto della sua forte volontà rispose calma, irrigidendosi: — Via mi lasci, è un cattivo scherzo... M’ha fatto avere uno spavento terribile; mi lasci, mi fa male a stringermi così...

Ma egli la serrava più forte, inebriato di quella giovinezza opulenta che sentiva contro il suo corpo.

— Mi lasci, — disse ancora Clotilde irata, puntellando le mani contro le spalle di lui e arrovesciandosi per allontanarsi da quel viso, per sottrarsi a quei baci; — mi lasci o grido!