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..... Finalmente la sera, finalmente sola! Ella si richiuse nella sua cameretta con una specie di esultanza triste, di voluttà dolorosa, sperando un conforto dalla solitudine, nell’ombra. Andò a sedersi automaticamente, per consuetudine, dinanzi al suo tavolino di studio tra le due finestre, e rimase così, con le mani inerti in grembo e gli occhi chiusi. Ma il conforto non veniva. Anzi il suo pensiero, più libero in quel vuoto, s’indugiava più a lungo e più profondamente sugli avvenimenti della giornata. La viottola verde, certi effetti di luce, i profumi, i cinguettii, le tornavano in mente con un’evidenza così lucida e acuta da farla trasalire; e la voce di lui, udita a lungo in quella quiete dirle cose sì insolitamente dolci e paurose, le risuonava dentro stranamente, come se con le sue parole avesse bevuto il suo spirito, e lo tenesse, ora, imprigionato nel cuore, di dove continuasse a parlarle soavemente o rudemente, spossandola. Si sentiva ancora tentata di domandare pietà.
Nella pace delle cose, tutt’intorno, le giungeva continuo e monotono il gracidar delle rane dagli stagni, laggiù; poi il festoso schioccar della frusta di qualche carrettiere lontano; poi il rosignolo che lanciò qualche nota nell’ombra e tacque subito, come se qualcuno l’avesse interrotto. Clotilde sentiva accrescersi sull’anima l’affanno opprimente, quasi sinistro: e non poteva scuotersi, nè piangere che qualche lagrima, rada, dagli occhi ardenti. Pure dentro di sè gemeva, piangeva, si ribellava a quell’amarezza invadente che si addensava come se la seppellisse giù nel buio d’una tomba. Si sciolse gli abiti e andò a sedersi a piè del letto, appoggiando la fronte sulle coltri fresche e bianche da cui le venne un vago senso di sollievo, e la memoria confusa d’una notte insonne per la vibrazione dei nervi troppo eccitati dal lavoro e da visioni dolorose. Quella notte, si ricordava, l’immagine di lui le aveva blandito i terrori, calmato i tumulti, le aveva dato il sonno e un fragrante sogno d’amore. Ora quella figura s’ergeva minacciosa, terribile, nella sua forza di malato, di moribondo, di cui lei accelerava la fine, che aveva forse già ucciso, là, sull’erba, fra due colpi di tosse e uno sbocco di sangue.... Un gelo la paralizzò e s’aggrappò alle coltri come presa dalle vertigini. Senza cuore! senza cuore dunque! Eppure tutta la sua vita non era che abnegazione e pietà. E si uccideva, e uccideva....
La disperazione le diede una forza quasi selvaggia. Ebbene, sì, avanti ancora, ad ogni costo — malgrado la tortura, malgrado la morte. Non si vince senza lotta, e non si diserta senza vigliaccheria. Seguendo il suo impulso di compassione verso quell’uno, ella seguiva l’amore, ella sostava in un’oasi refrigerante e queta, mentre un popolo di sofferenti errava nel deserto ardente, lei aspettando. No, essa non si apparteneva più, non poteva più disporre del suo cuore; il suo cuore era di tutti gl’infelici, di tutti i malati, di tutti i dolenti; non poteva defraudar tutti a vantaggio di quell’uno...... La melanconica pace dell’invincibile aleggiò infine sull’animo suo. Il dolore andava spegnendosi dalla forte volontà, dalla grandiosità del suo bel sogno umanitario; rimaneva il rammarico, luttuoso, profondo, dell’infelicità altrui; la tristezza di questo accumularsi di crucci intorno a sè, proveniente da lei, involontariamente, inevitabilmente, come per un’influenza maligna; rimaneva la titubanza e il desiderio ardente del neofita nell’ultima lotta che precede il martirio.
In questo rilasciarsi delle sofferenze e dei dubbi che l’avevano travagliata, visioni tenui, antiche, della sua vita di studiosa le balenarono alla mente e si dilatarono come ripigliando il loro posto in lei, come immigrando da paesi lontani in cui fossero state esiliate da un usurpatore, ingiustamente. Rientravano a stuoli, le visioni antiche, buone, a ripopolare il suo cuore dopo l’uragano. Era la parola d’un maestro venerato e prediletto che aveva schiuso nuovi orizzonti; era il ricordo d’una difficoltà vinta, d’uno studio finito, d’un progresso, d’un trionfo dell’intelletto, d’una vittoria della scienza, d’una fratellanza simpatica e gaia e gentile; poi la falange delle speranze baldanzose, sante di pietà amorosa, che alleviavano la grave fatica e precedevano sicure quella gioventù nella lizza severa. E i bambini, tutti i bambini che aveva veduto languire malati o correre sani; tutti i bambini che conosceva e che immaginava; il suo minuscolo popolo di clienti avvenire, a cui lei avrebbe ridonato il vigore e la vita, si affollò nella sua mente inondandola di purezza, di pace; un mare di piccole teste, una selva di piccoli mani tese verso di lei, imploranti, fidenti, accennanti; e lei, simile alla buona Fata, inoltrava beneficando fra le giovani vite che sbocciavano come asfodeli al suo passaggio, mentre le madri da lungi mandavano un’armonia di benedizioni.
... Clotilde, affranta, si addormentò così, sulla sponda del suo letto, ninnata da tutta l’infanzia del mondo, come dagli angeli.
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Era il luglio, afoso. Clotilde da quel giorno memorando aveva deciso di non riveder Aroldo mai più; e per non incontrarsi con lui, scendeva in città col primo tram e aspettava l’ora della lezione in casa della Ginoli. Infatti non si erano più trovati; ella lo aveva però riveduto un giorno, di lontano, sulla porta d’una birreria fra un gruppo d’amici. Rideva forte, chiassando. Clotilde ne aveva provato un’amarezza somma; poi, mano mano che quel giorno si allontanava, un sollievo sempre crescente, come se le avessero tolto un rimorso. Oramai era in pace. Le pareva che qualchecosa finalmente si fosse addormentato in lei, forse per sempre, e ne risentiva un riposo mesto, infinito.
Dopo gli esami aveva continuato a studiare assiduamente nella tranquillità ombrosa della villetta, tanto più che la nonna le lasciava, insolitamente, un po’ di tregua. Al riaprirsi dei corsi, sarebbe entrata in quinto anno, nel penultimo anno di studi. Sarebbe ammessa alla Clinica regolarmente, avrebbe potuto formare le diagnosi, eseguire qualche operazione elementare e le varie medicazioni negli Ambulatorii; le avrebbero affidato qualche malato, le avrebbero lasciata più libertà d’andare, di studiare; avrebbe così cominciato a sentire la responsabilità, le soddisfazioni del suo ministero; avrebbe potuto agire, cimentarsi, misurare le forze del suo ingegno, dei suoi studi, della sua volontà; cominciare ad occuparsi specialmente del suo ramo di medicina prescelto: la cura delle malattie delle donne e dei bambini, per i quali sfogliava già da tempo dei grossi volumi di Pediatria. E qui la realtà sfumava nel sogno. Se fosse stata ricca a milioni avrebbe voluto inaugurare un grandioso ospedale per i bambini e per le loro madri, un ospedale tutto bianco di marmi e di cortinaggi, luminoso di sole, ridente di fiori: tutto scale, terrazze, fontane e giardini, sontuoso e romito come un’antica villa papale. Ma ahimè, non era ricca, e aveva dovuto ridurre il suo sogno a proporzioni più modeste per sperare di vederlo avverato. Lei, la Ginoli e Serralta, il gobbino, pensavano già sul serio a comperare qualche casamento del sobborgo, isolato e non discosto dalla città, per ridurlo ad ospedale infantile. Essi ne avrebbero la direzione, terminati i loro studi, e gli darebbero un indirizzo eminentemente moderno, occupandosi più dell’igiene che della cura, più dei preservativi che dei rimedi. Ci sarebbe anche una sezione per le donne, in un angolo appartato e tranquillo, dove tanta femminilità timida e sofferente potrebbe nascondersi fiduciosa e serena di sapersi affidata a mani sorelle. Tutto un rinascere di speranze, un germogliare di forze, un trionfo della vita fra gli effluvi dei fiori e delle benedizioni. Oh il bel sogno! Clotilde non poteva più passare una volta dinanzi al casamento adocchiato senza risentire un certo palpito, un certo rispetto per quel futuro santuario della scienza, in cui sapeva che rassicurerebbe tante madri nient’altro che con un sorriso e un bacio sui capelli delle loro creature; sorriso e bacio provenienti da un cuor di donna, in cui vigila la tenerezza materna, anche quando dorme la maternità.
Ancora due anni di tirocinio penoso, poi la libertà di beneficare, di amare, di profondere i suoi tesori di carità. Clotilde ci pensava quella notte buia, affannosa; appoggiata ad una finestra spalancata della sua camera mentre la nonna dormiva. Non l’avrebbe abbandonata, la nonna, oh no: e se Roberto non ne avesse voluto sapere, avrebbe presa con sè la povera vecchina in una bella camera allegra del suo ospedale a raccontar le fiabe ai bambini.