— Verrai, verrai.... Non è vero che verrai? Sì, lo so, ma dimmelo, voglio sentirmelo dire... Clotilde... è una parola così breve... è una parola sola....

Aroldo implorava così, ed ella rimaneva nelle sue braccia, sotto i suoi baci, senza forze, senza parole, con un gran schianto interno, come se il cuore le si torcesse; una sofferenza quasi fisica, orribile, contro la quale si dibatteva come se qualcuno glie l’infliggesse. Eppure era un lieve sforzo che l’avrebbe liberata, un lieve sforzo di volontà, tenue, dolce, oh così dolce! verso cui le pareva che tutta la sua vita interna s’inchinasse come verso una valle fiorita e odorosa veduta giù, all’imo, da una sommità brulla e cocente. La sua volontà piegava fino a spezzarsi, ma Clotilde sapeva che non si spezzerebbe, che si risolleverebbe come una molla, scattando. Intanto fra i tormenti di quel minuto d’agonia della durata d’un’eternità e della brevità d’un sogno, nell’innocente voluttà di quell’abbandono lagrimoso, di quei baci fraterni, di quella parvenza d’amore, ella assaporò tutta la sua parte di gaudio e di vita. Quando si riscosse sarebbe stata pronta a morire.

— Addio — gli disse — non mi domandar nulla, io non mi appartengo più.

Le mani d’Aroldo la ghermirono ai polsi come una morsa — ed al contatto di quelle dita gracili e nervose ella agghiacciò come se uno spettro l’avesse ghermita. Chiuse gli occhi, ma aveva già veduto passare in quelli di Aroldo, spalancati, stupiti, una luce di follìa.

— No? — no? — no? — Fra lo smarrimento di tutto il suo essere, questa parola breve, soffocata, le piombava ad intervalli nel cervello, nel cuore, come i colpi di una mazza destinati ad ucciderla. Non aveva più lena. Le dita d’Aroldo si rilasciarono dopo un silenzio pauroso.

— Ebbene vattene, — le disse con la voce che tremava. — Non dirò una parola di preghiera; non la meriti, non hai cuore, sei già una scienziata egoista e fredda, incapace d’uno slancio, d’un sentimento. Vattene.... addio.... ma bada: se violenti te stessa, se respingi l’amore che Dio comanda, offendi Dio e la natura: il fuoco sacro non si lascia spegnere senza sacrilegio, bada!

Clotilde si strinse la testa fra le mani colpita da una sola parola: Non ho cuore, non ho cuore... — mormorò quasi inconsciamente. — Oh Dio, anche lui... Sarà vero dunque?... Non so amare... non ho cuore... — E si mise a correre, a correre come una pazza, giù per la viottola verde e romita. Dietro di sè udiva confusamente la voce di Aroldo che diceva ancora qualche cosa, poi uno scoppio di tosse, ed ella correva sempre e quella tosse dietro di lei s’affievoliva, ma continuava, continuava....

***

Clotilde si trovò, quasi senza accorgersene, sotto il loggiato che girava intorno al cortile interno dell’ospedale, spazioso, freddo, in cui mormorava una fontana fra un gruppo di pini. Due uomini, reggenti una barella coperta, sparivano per una porticina; i carri mortuari, sempre pronti, attendevano. Apparirono una suora e un infermiere con le braccia cariche di biancheria; la suora, passando oltre in fretta, salutò la fanciulla. Dallo scalone di marmo intanto scendeva gente chiacchierando: erano il professore e gli studenti che venivano nell’anfiteatro per la lezione. Ella si riunì ad essi entrando; la Ginoli le sorrise con un cenno; Serralta, il gobbino, le si accostò annunziandole sottovoce che finalmente avevano un bel caso di ipertrofia.

Ma gli infermieri avevano appena recato il letticciuolo su cui posava l’ammalato, che Clotilde svenne.