Max diede un balzo e guardò l’orologio. L’ora del convegno era passata da quaranta minuti; l’ora attesa febbrilmente e sognata ardentemente aveva potuto dunque dileguarsi così? Egli non battè ciglio, non si mosse, ma qualche cosa moriva dentro di lui in tutti gli strazî di un’agonia disperata e tremenda. «Tu non lo vuoi, dunque, Maria; tu non lo vuoi! — » ripeteva il suo pensiero fra il tumulto de’ suoi sensi, fra quell’ultima lotta. E la bionda treccia, nel suo abbandono molle, pareva rispondergli, trattenendolo, tenue e possente come il braccio di un bambino che gli si fosse addormentato in grembo. Max chinò il capo come piegando ad una forza superiore. Una lenta stanchezza lo invase; uno scoramento, un languore indicibili; un senso di debolezza, d’impotenza a lottare col destino che gli si rivelava all’improvviso tremendo; un desiderio latente di finirla col dualismo che gli tendeva i nervi, gli assopiva le facoltà della mente, gli velava l’alta serenità fulgida dell’arte, in cui l’anima sua era solita a librarsi, a spaziare, a cercare le migliori compiacenze, le consolazioni più pure e più efficaci della sua vita tempestosa. Poi Maria era in lui; Maria, la bionda morta evocata: ed il basso brulichio delle passioni e dei desiderî sensuali non reggeva a quel confronto e fuggiva e si sperdeva da tutti i lati come le tenebre al raggio trionfale del sole. Le sue ebbrezze, il suo amore, la sua dissimulazione, tutta la miseria infine della sua condotta passata, lo disgustarono, lo umiliarono, lo nausearono come il ricordo d’un sogno oscenamente bugiardo....
Ebbene, no; non avrebbe da rimproverarsi una simile viltà: la viltà di prendere una povera donna debole e onesta; la viltà di tradire l’uomo che lo aveva beneficato. No, non avrebbe una macchia simile sulla sua coscienza d’uomo leale, sulla sua vita elevata dall’arte. Rialzò il capo alteramente, più calmo, poichè la sua immaginosa e mistica natura era già allettata dalla poesia del sacrifizio che gli aleggiava nel cuore sperdendo i resti di quell’ardente soffio di passione.
Uscì sul balcone e rimase là finchè la notte scese sul Canal Grande e nel cielo palpitarono rilucenti le stelle. Nessun lume nelle enormi masse nere dei palazzi dirimpetto; qualche gondola appariva e spariva col rosso lumicino riflettentesi in striscia purpurea, verticale e tremolante nell’acqua bruna. Un bisbiglio di voci, un tonfo di remo, un breve, mite sciaguattìo; poi il silenzio, ancora il silenzio delle notti veneziane pieno di misteri, di dolcezze, di malinconie.
Quando Max ebbe l’anima penetrata di quel silenzio e di quell’incanto; quando ebbe ascoltato tutto ciò che gli dicevano la notte stellata e i ricordi già lontani del suo grande amore domo dalla bionda morta innocente, passò nel suo salotto di studio ornato di opere d’arte antica e moderna, s’assise al pianoforte nascosto da vecchi arazzi e suonò. Suonò l’intera notte, nella sala semibuia, e cantò tutti i canti che gli fluivano dal cuore. Fu in quella notte che cominciò a comporre il capolavoro che gli diede la rinomanza e la gloria.
Romanze senza parole
I. FUTURO
..... Nel salotto non c’era nessuno. Il salotto sontuoso, artisticamente ingombro, pareva riposare nella penombra, avvolto nella sua stessa morbidezza voluttuosa, infingarda, fatta di cuscini, di tappeti, di panneggiamenti, fra cui scendevano specchi, luccicavano trofei, si disegnavano fogliami esotici e mobilucci, strani come mostri, o severi, di classica antichità. Si udiva scoppiettare nel camino la fiamma velata fantasiosamente dal parafuoco di piccoli vetri policromi, fatto d’un’invetriata di chiesa; da ogni anfora, da ogni vaso, da ogni coppa, emergevano mazzi enormi di fiori di serra, stretti fra i cartocci di trina da un giardiniere sapiente; sul divano largo, di damasco, giacevano astucci, libri, cofanetti, gingilli, i doni di Capodanno ancora a metà involti nella carta di seta; dalla spalliera una magnifica sciarpa di vecchia blonda ricascava flosciamente, e due pantofoline minuscole di felpa avorio, ricamate d’oro, posavano sul tappeto, tutte piene di viole fresche: leggiadri cornucopia di felicità. Accanto al fuoco, intorno ad una poltrona, un angolo più abitato, una nicchia prediletta fra una giardiniera tutta verde, un’alta arpa dorata, un tavolinetto a due piani con su fotografie, un portafogli di raso contenente un fazzoletto di trina — la novità elegante — un volumetto di versi intonso — un libriccino per gli appunti dalle pagine candide, dalla copertina d’avorio, sulla quale si delineavano luminosamente in argento le cifre di quell’anno novello. Poi, nel piano inferiore, una cestellina da lavoro piena di colori ridenti e minuzzoli d’oro, bomboniere, giocattoli, inezie. Tutto un sonnecchiare infantilmente placido delle cose; un abbandono vergine, fidente, pieno di freschezza; un’ignoranza piena di pace. Ma accanto alla finestra, su un cavalletto di pittore, una tela bianca, vuota, e sulla scrivanìa molti foglietti lucidi, bianchi, parevano minacciare muti, aspettando...
II. PRESENTE
..... Ancora nessuno nel salotto. Ma vaga tuttavia un profumo sottile, indefinibile, fatto di tutte le essenze e di nessuna. Il fuoco è spento, e dalla finestra spalancata il sole entra in un’ondata d’oro, abbagliando mobili, stoffe, cose, che rivivono folli e gioconde nella luce logorante. Sulla lastra d’uno specchio sono state incise due iniziali col diamante, e dalle anfore, dai vasi, dalle coppe, tutt’una fioritura d’un sol fiore: di rosa thea; una delle quali giace vizza sul divano largo, di damasco, insieme a un piccolo pettine di tartaruga ambrata. Accanto all’arpa, un violino, e un foglio di musica: un canto mesto, largo, ma d’una passione quasi trionfale; accanto alla poltrona prediletta, sul tavolino, non c’è più che una sola fotografia in cui sorridono accostate due giovani teste: l’una virile, bruna; bionda l’altra, e della femminilità più soave. Fra il volumetto di versi è rimasto dimenticato un fiore; dalla cestellina esce un nastro azzurro in cui si sta ricamando una data, un numero: prosa volgare o poesia sublime; — nel libriccino di appunti si legge un verso di De Musset scritto due volte da mano diversa:
«Comment vis-tu toi qui n’as pas d’amour?»