E la testa bruna, virile, si delinea sulla tela del cavalletto, e sulla scrivanìa fra i foglietti lucidi, bianchi, fa capolino una lettera di cui non si leggono che due ultime parole: Ora e sempre.
Tutt’un tripudio, un’ebbrezza delle cose in quel lieve disordine, nell’onda di sole che irrompe gloriosa, pennelleggiando, raddoppiando la vita, consumando come una fiamma...
III. PASSATO
.... Il salotto è abbandonato, deserto. Dalla finestra aperta il plenilunio piove raggi nel buio come in una tomba violata; le cose tutte paiono dormire il sonno eterno nell’ombra densa intorno alle pareti, e rivivere in sogno nell’irradiazione spettrale di quel rettangolo di luce. Nei vasi, nelle anfore, nelle coppe, appassiscono tristi e foschi i crisantemi; dall’arpa alta, dorata, pendono rotte due corde, sul tavolino la fotografia è rovesciata come la pietra d’un altare distrutto da mano sacrilega; il volumetto di versi trascina lacerato a brani; la cestellina da lavoro è chiusa, negletta; sull’ultima pagina del libriccino di appunti, un altro verso di De Musset, vergato con calligrafia femminile:
.... «Elle songe une année a qui lui pense un jour.»
Sulla tela del cavalletto scende un velo di crespo; sul divano largo, di damasco, un fazzoletto di trina intriso di lagrime; sulla scrivanìa, accanto ai pètali fossilizzati d’una rosa thea, in un foglietto bianco, una sola parola:
«Addio.»
Pasqua triste
A destra del ponte che ricongiunge il villaggio diviso dal piccolo fiume, sulla spianata erbosa, dietro il circo in cui si accendevano i primi lumi, era il carrettone dei saltimbanchi: una minuscola casa mobile, verniciata di rosso, con le persiane verdi alle finestrette in cui non mancavano neppure le tendine di trina. Veduta di fuori faceva quasi invidia. Dentro era un laidume; cenci ammucchiati, suppellettili sudicie, arnesi logori d’ogni genere, qualche sedia sfondata. Era tutto. No... c’era anche un saccone sul quale stava accoccolata una donna a guardia d’un bambino lattante addormentato, supino, fra uno scialle scuro, con la faccetta terrea rivolta alla luce del vespro che pioveva dalla angusta finestra soprastante.
Di là si udiva il brusìo continuo e confuso della rustica folla sul piazzale, il vociare dei venditori, delle risa, qualche fischio, qualche suono rauco e stonato d’un gingillo infantile. Tutta la manifestazione dell’ozio gaudente d’una sera solenne aspettata un anno. Era Pasqua di Resurrezione.