II. Meriggio.

Sulla stesa aromatica, molle, di fieno falciato, la giovine sposa ha dimenticato o gettato il suo ombrellino purpureo, tutto aperto come un calice sotto il sollione, tutto fiammeggiante come un’ara accesa. Una sciarpa di seta morbida e profumata e un piccolo volume di versi d’amore paiono ardere dentro l’ombrellino come in olocausto, e nella breve ombra serica, al di fuori, giacciono cuori dorati di margherite spirate in un’ultima parola di passione.

La giovine sposa non era sola. Una canna d’èbano è confitta lì accanto, vigile e altera, simile ad una piccola antenna; il manico d’argento fino sfavilla al sole. Così il gentile trofeo glorioso vive e s’infiamma nella calda luce meridiana, mentre tutte le campane si ripetono festosamente il saluto dell’ora feconda, mentre l’animuccia fragrante di mille fiori falciati s’invola dalle invisibili bocche moribonde nell’umido tepore della terra, e più innanzi un campo di grano, già raso e ancora biondo, sorregge i fasci della pingue messe, e una nidiata novella cinguetta fra i rami frondosi d’un olmo, e due farfalle tardive, dalle tinte calde, si rincorrono per distruggersi in un baleno d’amore.

Poi, all’improvviso, una folata di vento del Sud; una nube nera, la voce del tuono come un comando del destino; ed ecco il libro svolgere le pagine affannosamente e non quetarsi che a un canto di morte; ecco la fragile antenna oscillare, ecco la sciarpa candida sospinta irreparabilmente verso una siepe di spine; ecco una mandra di puledri inebriati, folli, passare sul gentile trofeo, lacerando, schiantando.

III. Vespro.

Dall’alto pendono grappoli d’uva di un fosco e tranquillo color di rubino. La vite, l’antica vite, riveste tutto il pergolato che si apre ad archi sull’orticello regolare, solitario. Ai lati dell’estremo lembo di sentiero che conduce dritto al pergolato, due aiuole di radicchio furono sacrificate e coltivate a fiori, i buoni ed ignoranti fiori degli orti, dalle tinte cariche passate di moda, dal profumo sgarbato o sgradevole.

Qualche rosaio piantato qua e là simmetricamente, ancora fiorito di alcune rose che non corrotte dalla soverchia civiltà hanno a gloria di non aggiungere titoli al loro nome e al loro colore che ha un patrimonio secolare di madrigali e di canzoni — ai loro piedi si stende il basilico aromatico che sa i drammi delle povere stanze, e la lavanda misteriosa che sa i segreti della notte di San Giovanni, e la minuscola maggiorana, eternamente infantile. Più oltre, cespi di garofano plebeo paiono raccontare gli idillî grossolani della scorsa estate, e due piante di gigli pensano al fiore assente, appassito fra le mani ceree di una monaca morta o fra i lumi di un altare consacrato a Maria; mentre i girasoli privi dell’ansiosa pupilla d’oro sembrano averla chiusa finalmente in una stanca rassegnazione.

Un’aura mista di verità e di favola spira nell’orticello solitario; una giovialità antica e innocente di epigrammi e di allegorie; mentre sulle nubi fioccose intinte nel tramonto, par di veder passar adagiata qualche deità dell’Olimpo migrante verso dolci nozze.

Sotto il pergolato c’è una sedia a bracciuoli dalle curve d’una arretrata eleganza, e un tavolino dai bordi rialzati tutt’intorno, previdentemente, come una tenue arginatura. Il queto recesso verde è deserto per poco: sul tavolino Ella ha posato, senza piegarla, la calza incominciata coi ferri irti, provocanti e insidiosi come un piccolo arnese di guerra montato per un assalto; il gomitolo è ruzzolato in un angolo e sarebbe caduto senza la provvida sponda; il libro ascetico, in cui ella leggeva placide meditazioni, è rimasto aperto sotto i suoi occhiali levati in fretta; la bellissima tabacchiera dalla miniatura inghirlandata di diamanti, ch’essa nasconde sempre come una vergogna, è pure dimenticata sul tavolino, ed anche una delle sue manopole di lana nera. Sulla spalliera della seggiola è rigettato lo scialle bigio. S’ella lo vedesse lambire il terreno umidiccio! Qualchecosa di estremamente dolce o di estremamente triste l’ha chiamata.

Il sole scende pomposo dietro i pioppi in una atmosfera di polvere d’oro, accompagnato dagli addii dei bronzi di un vecchio campanile, non mesti, ma gloriosi, come dopo una bella e buona opera coraggiosamente compiuta. Nella lor bonaria esultanza le antiche campane giungono perfino a ricordare ritmi e arie di danze perdute che udirono nella loro gioventù. Così non si affliggono della fine dell’oggi, poichè entrano nell’ombra celebrando la vigilia dell’indomani.