Un’allodola invisibile canta un epitalamio nelle regioni radiose. Una schifosa lumaca tenta il passaggio della tabacchiera.
IV. Crepuscolo.
L’ombra della angusta cappella è rotta appena dalle due lampade veneziane di ferro, a vetri rossi, appese dinanzi all’altare. Fuori, la neve turbina nell’aquilone diaccio e si ammonticchia sul davanzale dell’alta finestra contro i piccoli vetri rotondi, imbiancando la luce come un’alba; il vento ulula, sbatte e flagella, ma nell’interno regnano supremi il silenzio e l’immobilità. L’altare verdeggia cupamente di semprevivi, ma dai gradini sale e si effonde un’acuta fragranza di giacinti e di viole da un indistinto cespite.
Una forma si agita sull’inginocchiatoio e si queta.
Subito una folata violenta si ingolfa e spalanca i vetri dell’antica finestra, come per dar adito a qualche cosa di spirtale. Le lampade oscillano — i semprevivi rabbrividiscono; un rosario penzolante dall’inginocchiatoio ondeggia: si discerne ora nel nuovo chiarore una gran ghirlanda di giacinti e di viole a piè dell’altare e una forma umana raccolta in una pelliccia, prostrata, col volto nascosto fra le braccia immobilmente. La neve entra dalla finestra e fiocca lenta e lieve sul pavimento; il vento spegne le lampade, arriccia i merletti dell’altare, sbatacchia rabbiosamente il rosario contro il legno dell’inginocchiatoio, disperde il profumo dei fiori, intirizzisce.
Tutto si lamenta o si ribella, eccetto la forma umana prostrata sull’inginocchiatoio, eccetto una lastra di marmo, dirimpetto alla finestra, che sta pallida e forte sotto il flagello della bufera. Nel chiarore nivale si legge su quella lastra: Pax.
Crisantèmi
Il giardiniere entrò senza troppi riguardi nella stanzaccia di sgombero che non aveva divani nè tappeti; ma appena vide che c’era la signorina, si fermò impacciato e confuso d’essersi arrischiato fin là con gli scarponi motosi e la giacca di bordato. Credeva di non trovare nessuno, tutt’al piú la cameriera. Si scusò.
— Chè, chè, vieni pure, Cencio! — disse allegra la signorina, da quella buona figliuola che era. — M’hai portato i fiori, eh? bravo! — E gli levò di mano senza tanti complimenti il gran paniere di vimini, dove s’affastellavano malinconici e stillanti i crisantemi. E il giardiniere non aveva ancora richiuso l’uscio dietro di sè, che le sue mani impazienti li avevano già sparpagliati sulla tavola quadrata, nel vano della finestra, in una tepida ondata di sole.
— Così — mormorò, arrampicandosi più che sedendosi sull’enorme seggiolone di cuoio usato, da cui scappavano bioccoli di crine; e cercò le forbici e il gomitolo sotto i fiori.