Quel seggiolone rococò e la tavola quadrata a bordi rialzati, intorno a cui correva una laminetta d’ottone arrugginita, avevano appartenuto alla nonna; poi, lei morta, erano stati relegati fra i vecchiumi nella stanzaccia di sgombero nuda e bianca, sempre inondata di sole; dove la signorina sgusciava spesso per frugare nei cassettoni zoppi o nei ripostigli dell’armadietto dalle tendine verdi, in cui scopriva sempre nuove bricciche curiose. Aveva trovato un vecchio almanacco che conteneva qualche sonetto del nonno; un passaporto ingiallito, dov’erano i connotati della nonna giovine; un pettine istoriato, qualche centimetro di trina antica, qualche ritaglio di damasco per i suoi lavorucci; perfino un ricamo a fiamme sbiadito, di cui aveva rivestito la cartella della sua scrivania. Intanto nella stanzaccia poteva cantare a pieni polmoni, e non quelle stucchevoli romanze a cui la condannava la mamma; cantare come piaceva a lei; musica e parole di sua fantasia, secondo le salivano dall’anima alle labbra; melodie e pensieri appassionati o gioiosi in una limpida e bizzarra vena inesauribile di rosignuolo. Anche, perchè negarlo? ci veniva volontieri per la ragione che dalla grande finestra, spalancata sempre all’aria e al sole, si scorgeva benissimo il lembo verde d’un giardino signorile, dove, a certe ore del giorno, si vedevano eseguire esercizi ginnastici sulle sbarre o sull’altalena due o tre monellucci snelli e agili come funamboli. Erano i cugini della signorina.
Però in quel momento il lembo di giardino rimaneva deserto col suo gruppo di semprevivi cupi che dondolavano le vette nella mitezza del sole autunnale, come vecchioni crogiolantisi a un tepore di stufa semispenta; nè la signorina pareva curarsene menomamente, intenta come era a raggruppare i crisantemi, non sollevando mai il capo, se non per lanciare qualche occhiata fuggevole contro la parete dirimpetto, dove fra due o tre gabbie rotte, un paravento, uno scaffale e una vecchia bandiera c’era una seggiola sfondata e su quella un ritratto a olio della nonna, che la guardava, voltando un poco il capo, col suo sorriso tranquillo e indulgente di vecchietta buona. La fanciulla proseguiva lesta l’opera gentile in quell’onda calda, abbagliante, di sole, che pareva insultare alla rovina austera del suo seggiolone rococò e stemperare nella fulgidezza aurea la personcina di lei, così tenue e delicata, quasi diafana, col visino e le mani trasparenti di biancore anemico, i capelli luminosamente biondi, le ciglia d’oro, come raggi sottili, intorno all’azzurro intenso dei suoi occhi in cui vagava sempre e solamente un riso gaio ed inconscio di giovinezza. I crisantemi smorti, i tristi figli della vecchia stagione vizza e stanca, rifiorivano sotto la carezza del sole, sotto le agili dita che li avvincevano sapientemente. E i piccoli mazzi s’allineavano lungo i bordi rialzati della vecchia tavola; il bianco dominava, ma un bianco gialliccio e senza profumo, che faceva pensare a una zitellona in veste di sposa. Accanto al bianco il rosso, cupo, vellutato, un rosso arcigno di tappezzeria; poi i crisantemi gialli, fiore e colore giapponese, alla cui vista balena alla mente un Mikado grottesco, adorato come un dio fra gli splendori del paese più fantasioso del mondo. Infine i crisantemi rosa, i più piccini e i più graziosi; il rosa d’un bottone di margheritina, il rosa antico dell’abito della fanciulla nascosto dal grembiule di batista che s’allacciava sulle spalle sotto due voluminose coccarde di nastro e di trina, fra cui sortiva esile il suo collo nudo e bianco di adolescente.
Il saliscendi della vecchia porta, sollevato con un colpo secco, smorzò uno stornello in gola alla signorina, che ebbe paura di vedersi comparire la mamma o l’istitutrice, e trasalì.
Invece comparì uno dei suoi cuginetti, i ginnastici.
— Miracolo che ti si scova qui, Noemi! — esclamò con un gesto largo il giovinetto, mingherlino e biondo come lei. — Dovresti addirittura battezzarla per tuo salotto questa stanzaccia... Se i topi non ti facessero la concorrenza, quasi, quasi... eh?
Noemi sorrise tutta accesa, nel volto; nel collo e persino nelle mani, da una vampata di sangue.
— ... Si può sapere che cosa fai in quel seggiolone, dinanzi a quei brutti fiori? Mi sembri una maga che distilli qualche filtro per le sue stregherie...
La signorina gli diede un buffetto sulle mani, che si stendevano minacciose verso i crisantemi.
— Sarebbe meglio che tu m’aiutassi, Aldo...
— Che onore! E a far che?