«Compar Turiddu, avete morso a buono... c’intenderemo bene; a quel che pare!...»
La contessa Carmela Sanlorenzo si congedava dagli altri con una graziosa parola e un sorriso per ognuno. Si era animata; pareva intimamente soddisfatta del suo viaggio in oriente; ma un momento in cui il sorriso cessò, i suoi occhi ebbero un lampo di luce sinistra e il suo volto un’espressione di odio e di dolore. Non fu che un attimo: prima d’uscire mostrò ancora in un ultimo saluto leggiadro e dignitoso il suo sorriso sereno, come sempre.
Il servo la seguì per la fila dei salotti, nell’anticamera, e incominciò a scendere dopo di lei, da un lato del largo scalone ornato di cactus e di palmizî. Ella prese a scendere lentamente, con pena, gli scalini nascosti dallo spesso tappeto. Il sorriso era sparito; tornava l’espressione dolorosa del volto, la luce fosca negli occhi grandi e neri cerchiati d’ombra, a cui s’aggiungeva un abbandono stanco della persona che la invecchiava, ora, di dieci anni. Scendeva; gli abiti scivolavano giù dagli scalini dietro la sua persona con un lieve fruscìo; il suo piccolo piede si posava quasi incerto sul liscio tappeto, la mano stringeva convulsamente il manico dell’ombrellino finamente intarsiato d’argento. Scendeva. Allo svoltare della scala, sul pianerottolo, dietro un gruppo di camelie, s’incontrò faccia a faccia con un uomo che saliva. Era Cino De Romei.
Si salutarono: ella col suo semplice e grazioso cenno del capo, egli mettendosi in disparte, per lasciarla passare, con un inchino e una premura alquanto esagerati. Fu tutto; nè l’uno nè l’altra udirono il suono delle loro voci: egli continuò a salire a testa alta; ella a discendere a capo chino, serrando come in una morsa il manico dell’ombrellino intarsiato d’argento.
La contessa Carmela Sanlorenzo continuò a scendere e pensava: — Ecco così, — pensava — ci siamo incontrati a uno svolto del cammino; così. Io discendevo già la vita col mio fardello di amarezze; lui saliva con la speranza che gli dava le ali. Abbiamo sostato un momento; poi lui ha ripreso a salire, io a discendere come prima, più stanca di prima, poichè neanche l’amicizia sua mi conforta più, divenuta impossibile, oramai, come una vergognosa transazione o come un’ipocrisia... Dunque più nulla: dunque dimenticare. Dimenticare tutto, dalle ore più soavi in cui l’amore non era ancora che un benessere affascinante, dolcissimo e ignoto, che avviluppava entrambi e che dava un’intonazione lieta ai discorsi e alle cose più futili; alle ore tempestose del desiderio e della passione...: dimenticare le buone serate che abbiamo passate nel mio salottino di studio, serate di lavoro coscienzioso che credevamo di prendere tutti due sul serio... Egli mi leggeva i suoi versi bellissimi, io i miei, molto mediocri, ma in cui diceva di trovare una finezza e una percezione profonda... Pure, siamo giusti: avevo incominciato in buona fede, la mia parte di amica saggia, di consiglierà, di mamma... Non fui io la prima a cambiar scena. Animandolo a venire da me a correggere i suoi lavori e a farsi aiutare a riordinare quel caos di foglietti volanti, pensavo proprio solamente di rendergli un servizio da amica vera, di offrirgli il mezzo che cercava per sottrarsi alle mille distrazioni oziose che lo tentavano, che lo attiravano suo malgrado e gli vuotavano il cervello e gli inaridivano il cuore. Era una dolcezza accogliere le sue confidenze, le sue confessioni, le sue speranze: sgridarlo, consigliarlo, animarlo... una dolcezza sempre più viva, sempre più profonda, sempre più invadente, finchè l’anima mia ne divenne satura e non vissi più che per lui... Quando non mi rimase più forza per fargli intendere ragione, si sommerse la rigida barriera dei quindici anni che ci separano, e invece del giovine poeta e della signora matura, si trovarono faccia a faccia due innamorati... ecco tutto. Ma la commedia è finita; io riprendo la mia parte di madre-nobile, egli recita da amoroso con una nuova attrice, veramente giovine questa volta. Non mi resta dunque che benedirli e andarmene a recitare altrove, e con più coerenza, un’altra parte di madre-nobile.
— Come è cangiata Carmelita; — pensava Cino De’ Romei continuando a salire le scale a testa alta con una luminosità di trionfo negli occhi: — oggi ha tutto l’aspetto di una signora matura. Fui il gran pazzo... Meritava proprio di bruciarsi il sangue di passione per un anno, di commettere tante follie, di gettare alla morte e all’infinito la sfida audace della felicità e dell’amore per arrivare, incontrandoci, a salutarci appena, come due estranei... Peccato! una bella amicizia guastata così scioccamente... e un’amica come Carmelita, un’amica schietta, spregiudicata, saggia, intelligente e buona così, non è facile da surrogare... Forse, quando parecchi anni saranno passati, ella mi permetterà di riannodare un’intimità innocente... Ed io, divenuto illustre e serio, anderò ancora da lei a correggere i miei versi... che non saranno più pericolosi... perchè allora sarà il tempo di comporre i madrigali ingenui e di celebrare in sestine l’amore ideale. Oggi la giovinezza mi tumultua nel cuore e mi inebria dei suoi inni, e una formosa Dea m’attrae con tutti i suoi fascini... Oh, donna Luisa! bellissima realtà, oggi la poesia, la gloria, l’arte sei tu!...
Cino De Romei giunse al sommo della scala. «Salve!» gli disse il cuore, dilatato dall’orgoglio e dalla felicità, mentre passava sotto la portiera di damasco dell’anticamera.
— Addio, — mormorava la contessa Carmela indugiando un ultimo momento sulla soglia, addoloratamente.
Mammole
Douce est la mort qui vient