— Vieni dunque, — disse aprendole un varco fra i rami di biancospino e staccando con tutta delicatezza un lembo della sciarpa fine impigliato nei rovi. — Non è una impresa facile; ti sfido...
— Davvero? Allora vedremo chi ne coglierà di più, — rispose lei gettando l’ombrellino, e levandosi un guanto in fretta. Intorno, la solitudine completa: e quello splendido tramonto fiammeggiante soltanto per essi sulla rigogliosa pianura. Ella si affrettava, ridendo a brevi trilli sommessi sotto la frondosa siepe fiorita, affondando la mano bianchissima nell’erba; lui non aveva mai colto mammole con tanto ardore. ma nonostante i suoi sforzi si trovava spesso a rallentare la foga di quel gioco, distratto dalla vista della breve mano agile, dell’errare di un ricciolino scompigliato dalla brezza, da una molle curva che si accentuava, da un tratto di calza di seta che disegnava l’attaccatura del piede, fine e nervosa. Così lei potè cantare vittoria risalendo sulla strada; aveva delle mammole nelle tasche, lungo la scollatura a risvolti del soprabito, negli occhielli, nelle pieghe della sciarpa, nell’ombrellino. Ne era imbarazzata, ed egli per vendicarsi le riempì anche le mani dei bianchi fiorellini odorosi...... La giovine signora vi immerse il viso respirando avidamente; poi reclinò ancora la testa sulla spalla di lui esausta dal tumulto di emozioni, di sentimenti, di ricordi, che le si levava in cuore al sottile profumo.
— Come sono felice!... Come siamo felici, Arrigo! — esclamò finalmente, non resistendo al bisogno di gettare quel grido alle piante, all’azzurro infinito...
Ma il suo compagno pareva preoccupato e intento a discernere sulla strada un convoglio che si avanzava lento, che era già a pochi metri da loro, socchiudendo gli occhi contro la fusione fulgida di tinte calde che lo abbarbagliava. Poi si fece riparo agli occhi con la mano e vide, e provò un rapido senso di gelo al cuore.
Il povero feretro veniva innanzi portato da due robuste campagnuole vestite di mussola bianca, scortato dal chierichetto che inalberava gagliardamente sull’asta la piccola croce; un prete a fianco borbottava le preghiere col libro aperto e altre due ragazze in abito bianco seguivano per dare il cambio. Nient’altro; non un fiore sulla lugubre coperta nera che dissimulava appena la bara; non un salmodio diffondentesi sonoro e poetico nella pace vespertina; non un parente, non un amico, non un senso di tristezza o di pietà: si leggeva la noia nei volti rubicondi delle ragazze, sull’emaciato volto del prete, sul viso infantile del chierichetto roseo; solamente la noia e il desiderio di sbarazzarsi al più presto di quell’incomodo. Chi era steso la dentro? Un bimbo? una fanciulla? una giovane sposa? la conclusione tragica d’un rustico romanzo d’amore, o una prima pagina candida su cui il destino aveva scritto «fine»?... Essi non lo domandarono, ammutoliti in un superstizioso sgomento... Ma poi quella povera bara d’un essere sconosciuto che passava fredda e nera nella campagna verde, piena di vita, di palpiti, di profumi sotto il cielo soffuso dell’ultima luce fiammante; attirò la pietà dei due felici rimasti immobili e stretti l’uno all’altro... Quando il feretro passò, rasentandoli quasi, il prete lanciò verso di loro una rapida occhiata, e la signora con un atto gentile ma pronto come uno scongiuro, gittò sulla bara tutte le sue violette. I fiorellini piovvero costellando lievi il rozzo panno nero: qualcuno cadde, altri il vento disperse, e il rustico corteo inoltrò misterioso e silente. Presto scomparve nella nebbia che già nascondeva la strada a settentrione, mentre i giovani sposi, strettamente abbracciati, ripresero la via, adagio, verso il sole.
Romanze senza parole.
Orme.
Sull’orlo estremo del lido sabbioso, soffice, umido, incrostato di conchiglie, si mescono e si seguono orme di passi umani interminabilmente: l’ombra d’un filo di vita svolto fra la solitudine sterile e una moltitudine invisibile, — fra la sosta immemore d’un limbo che tutto cancella e un’azzurra eternità. Gli umani sono passati in lunga teoria sullo stretto sentiero, avidi d’oblìo, di speranze, di sogni. Le orme narrano: alcuni ritornarono dopo breve cammino delusi; non poterono dimenticare, nè chiedere, nè illudersi: altri proseguirono per lungo tratto insieme, come sfidando con balda audacia la vicenda delle cose perchè riuniti; poi uno ritorna, è stanco, sfiduciato; un altro si smarrisce nella sabbia fine, asciutta, infida; un terzo si scosta ed erra finchè la spuma delle onde lambe e rode le traccie del suo passaggio; l’ultimo inoltra solo, accanto al solco leggiero e continuo d’un bastone. Poi anche il solco cessa, e l’uomo inoltra ancora senza appoggio, ancora, ostinatamente..... Infine le alghe brune e muschiate si dilatano, tutto nascondendo. Orme d’un piedino minuscolo, spesse, irregolari, seguite da orme larghe, sicure: i primi passi. Altre orme irregolari con un seguito di piccole buche: gli ultimi. Le orme dei ricchi, tenui, dai tacchi che scavano fossette; le orme dei giovani, lievi, discoste; quelle dei felici, attraversate ogni tanto da un’iniziale, da un zig-zag; e, finalmente, orme di piedi veri, ignudi, grossolani, a una distanza tanto regolare da parer calcolata con una precisione matematica: il passo della gente che sa cosa vuole e dove va. Dinanzi a quelle orme le altre si scansano. Sono le orme faticate del lavoro.
Gli umani sono passati così fra la solitudine e l’eternità. Domani un soffio di brezza solleverà forse le grigie sabbie volubili che ne cancelleranno ogni traccia; ma nella loro evoluzione le onde affaccendate si dilateranno per raccoglierne nel grembo azzurro, maternamente, l’ultima memoria.