Il conte Alberto Farigliano di Roccamare rientrava intirizzito dal nevischio pungente d’un uggioso pomeriggio di Febbraio. Gettati al servo pelliccia e cappello biancheggianti di diaccioli, traversò lesto l’appartamento in cui il calorifero diffondeva un tepore più che primaverile e giunse al remoto salottino di sua moglie. Era sicuro di trovarla laggiù. La contessa infatti pareva addormentata nell’ampia poltrona di broccato nero, quasi bocconi, col volto nascosto in un piccolo guanciale morbidissimo posato sul bracciolo. In quell’atteggiamento, coll’abito sciolto e lucente di felpa bianca dai riflessi madreperlacei, nella luce azzurreggiata dalle tendine abbassate, diede ad Alberto l’idea d’una perla nella sua nicchia. Egli inoltrò chetamente: nel ricco salotto ondeggiava un acuto profumo di cardenia. Non si vedeva nulla del volto di lei; solo l’ammasso dei suoi capelli fini, castani, allentati con un po’ di disordine, e le sottili mani aggrappate al cuscino. Alberto la contemplò lungamente. Poi si mosse per andarsene, ma nel movimento un po’ brusco urtò una sedia leggiera, fuori di posto, e la signora sussultò forte, levando il viso sbiancato e fissandolo sbigottita, come se nel primo momento non lo riconoscesse.

— Dormivi?

— Sì, forse... da quanto tempo sei qui, Alberto? — chiese alla sua volta lei, che abbozzò un sorriso, subito dileguato come un ombra sulle sue labbra tremolanti, e le bianche mani passarono e ripassarono sugli occhi. — Ho un po’ di emicrania oggi; — aggiunse con un fil di voce.

— Tieni troppo caldo e troppi fiori intorno a te, mia cara. Or’ora stavo per farne un fascio. Tu finirai per asfissiarti, esagerando così.

Essa stava immobile, con le mani serrate alle tempie, gli occhi fissi sui meandri del tappeto. Poi, risolutamente, si alzò e venne fin presso la scrivania d’un squisito stile del Rinascimento, sulla quale si mise a frugare senza scopo.

Nella penombra, fra i larghi fogliami esotici e i mobili artistici, quell’alta figurina bianca pareva svanire come una parvenza. Suo marito le cinse la vita con un braccio e l’attirò a sè, dolcemente.

— Sai, Letizia, ho una cattiva notizia da darti. Mi tocca partire....

La contessa trasalì ancora, lo guardò rapidamente coi bellissimi occhi, e si sciolse dall’abbraccio.

— Dove vai?

— A Berlino... Sono incaricato di una missione di qualche importanza dal ministero e, capirai, col ministero non si scherza. Parto lunedì.