— .... Starai lontano molto tempo?

— Temo di sì. L’affare per cui vado non è da sbrigarsi in poche ore... Tre, quattro, cinque mesi.... ma poi vedremo.... Non ne so nulla insomma.

La contessa Letizia rimase a capo chino e fra loro vi fu un prolungato silenzio. Eppure era lo stesso impulso che lottava nei loro cuori con degli ostacoli suscitati dalla loro diversa debolezza: era lo stesso sottile sgomento pauroso per una parola ch’egli avrebbe voluto sentirsi dire da lei che rimaneva muta, per una parola che Letizia aveva terrore di sentirsi dire, in quel giorno, in quell’ora...

— Pensavo che tu potresti.... — la contessa ebbe un piccolo moto di altera meraviglia — tu potresti passar questo tempo dalla zia Fanny o pregarla di venirti a tenere compagnia. Per rispetto alle convenienze non sarebbe bene che tu rimanessi sola....

Letizia continuava a guardarlo come se pensasse a tutt’altro. — Sì, — mormorò poi; — riflettevo anch’io a questo.

— ..... allora siamo perfettamente d’accordo, — concluse Alberto con la sua freddezza solita. Ed uscì.

— Come sono vile, ah come sono vile! — disse in cuor suo la giovine contessa; e si lasciò andare sulla seggiolina della scrivania, tutta pallida, a occhi chiusi; mentre due grosse lagrime le rigarono le guancie e caddero in bollicine sulla sua cartella dalle cifre d’oro. Ma ecco che dinanzi alle palpebre abbassate, come se un velario fosse calato dinanzi alla realtà della sua vita per lasciarla vivere più intensamente nel sogno, le ricomparve repente la balda e bionda figura d’uomo, di un uomo che non era suo marito, fissa come l’aveva avuta inesorabilmente in tutta quella penosa giornata, ed essa, questa volta per cacciarla spietatamente, aperse gli occhi.

Fu un rimedio vano. Se la visione svanì, i suoi pensieri seguirono fluenti il loro corso, come l’onda del ruscello gira intorno ad un debole ostacolo messo per arrestarla....

Lo aveva riveduto dopo quattro anni, improvvisamente, quel giorno stesso, nell’uscire dal salotto d’un’amica, mentre egli vi entrava. E nello scoprirsi il capo biondo, cedendole il passo, l’aveva misurata con lo sguardo sàturo d’una tal curiosità volgare e galante che Letizia aveva arrossito. Ma aveva arrossito meno per l’indignazione che per il colpo di trovarselo lì dinanzi quando meno ci pensava, e con lo stesso fàscino irresistibile ch’era stato il tormento e il sorriso dei suoi sedici anni. Un vanesio, del resto, quel tenentino di cavalleria! Non aveva il capo che a far la corte alle signore eleganti, mentre le signorine gli sospiravano dietro: ella lo sapeva; lo aveva già giudicato col suo nascente senno di giovinetta, da quel contegno irragionevolmente mutevole con lei, innamorata di lui da morirne, sempre.

Era così spigliato, così attraente, così carino! Una volta, l’ultima volta che si erano incontrati le aveva giurato che se il padre di lui non desisteva dall’opporsi al loro matrimonio, si sarebbe ucciso... Uno spavento, un supplizio... una dolce e tremenda e insistente tentazione di fuggirsene davvero attraverso l’Europa, com’egli le proponeva.... Ma aveva troppo pensato al dolore dei suoi; le era mancato il coraggio. Poi quell’amore tempestoso, a pause, nutrito di stranezze che non capiva e di audacie che la rimescolavano, le faceva paura..... Era così ingenua e così giovine! Dopo, non si erano più riveduti, ma essa sapeva che non era morto, che viveva come prima, più di prima.