A diciotto anni aveva sposato, senza entusiasmo, ma con affezione profonda, il giovane diplomatico che suo padre le presentava. Quell’amore gentile, rispettoso, cavalleresco, quasi tutto fiori e delicatezze, le era parso un refrigerio, e la sua anima ancora un po’ malata e la sua gracile fibra di damina spirituale, vi avevano trovato una soavità infinita. Meno qualche vampata di quando in quando che le portava un palpito e un malessere d’un minuto, al tenente biondo non pensava più.

...... L’oscurità aveva invaso il bel salotto profumato di cardenie, quand’ella, levandosi svogliatamente, si avvicinò alla finestra e rialzò le tendine. A Roma la neve non dura; non se ne vedeva più traccia: pioveva. Pioveva monotonamente, tranquillamente. Letizia rimase con la fronte che bruciava, appoggiata ai cristalli, lo sguardo smarrito. Ancora una lotta. Anderebbe o no al Bal-en-rose dell’ambasciata di Francia, quella sera? Da un lato l’aspirazione alla pace, all’oblio, il presentimento vago di un pericolo....; dall’altro il desiderio stesso di questo pericolo, il fascino d’un’emozione nuova, il piacere acre di riaprirsi una ferita nel cuore per sentirlo palpitare più forte.....

— Il pranzo è servito, — annunziò la voce indifferente del domestico dalla soglia.

La contessa si scosse. Erano soli, suo marito e lei, quella sera a mensa. Dio! una lunga, penosa dissimulazione..... Si ravviò alla meglio i capelli, al buio, per non chiamare la cameriera e s’avviò, lenta, per le stanze illuminate verso la sala da pranzo.

***

Si fecero servire il caffè accanto al fuoco nella sala da pranzo vasta e severa. Letizia, seduta un po’ di traverso sul seggiolone dall’alta spalliera, appoggiava sul paracenere i piedi, piccoli, calzati di raso color madreperla, come l’abito a cui la fiamma prestava strani bagliori; Alberto, vestito come sempre, correttamente di nero, nella sedia di fronte centellinava il caffè fumante, odoroso. Erano soli, silenziosi; un’atmosfera di noia e di tristezza gravava. Durante il pranzo, fra il via vai dei servi, avevano scambiato qualche osservazione, qualche frase insipida; ma ora non si pigliavano neanche più la briga di fingere e la loro tormentosa preoccupazione rispuntava evidente.

— Riuscirà molto bene a quel che pare il bal-en-rose dell’Ambasciata francese, — uscì a dire finalmente Alberto, posando il tazzino; — le sale sono addobbate con buon gusto ed hanno trasformato la grande terrazza in una grotta fantastica dove sarà bello riposare. Tu ci vieni? — seguì col tono più naturale del mondo, ma che alla contessa Letizia, per la disposizione d’animo in cui era, parve un abile quesito indagatore. La lotta che ancora era in lei, cessò bruscamente.

— Sì, vengo, — rispose con alterigia senza alzare gli occhi.

— Hai dato gli ordini in proposito? — chiese il marito senza scomporsi.

— Sì... Ma perchè mi chiedi se vengo? Ti dispiace forse? — ribattè la signora sollevandosi un poco e ritirando i piedi dal paracenere, i piedini nervosi che s’agitavano continuamente, mentre negli occhi neri e grandi era una cattiva espressione di sfida.