— Perchè dovrebbe dispiacermi, Letizia? Te lo chiedo, ricordandomi d’averti sentito parlare di emicrania poco fa, e notando in te infatti un aspetto un po’ sofferente.....
Quella compostezza, quel tono di voce tranquilla le fecero dare una strappata ai cordoni del bell’abito dai riflessi di madreperla, irritata, impaziente. Sentiva dentro di sè un fermento di rivolta, un incalzante desiderio di ricatto, senza saper bene perchè.
— Invece io sto benissimo... — la sua voce risuonò stonata nell’ampia sala; — ti prego di credere che sto benissimo e che non ho punto bisogno di riposo....
— Quando è così, mia cara, — fece lui guardando l’orologio, — mi pare che faresti bene ad allestirti. Le signore ci mettono un po’ di tempo... — finì sorridendo.
La contessa si levò, gli passò davanti senza guardarlo, e quella vaga figurina bianca scomparve, come una visione luminosa, sotto l’arco dell’alta porta, dalla camera vasta e severa.
Alberto affisava il fuoco, immobile.
***
— ...... ebbene, contessa, si va all’assalto di cotesta grotta ideale? — le chiese con allegra baldanza il tenentino biondo, che non si era più scostato da lei dopo quella fine di valtzer ballata intensamente, in silenzio.
— Avanti, en marche! — rispose Letizia scherzosa, balzando in piedi.
Traversarono la gran sala da ballo, splendente, gaia d’abbigliamenti in tutte le gradazioni di rosa come un gran roseto vivente, ella al braccio di lui, animata, ridanciana, con uno scintillio negli occhi neri. Non era più la languida signora che qualche ora prima nascondeva la testa nei guanciali in atteggiamento sofferente; nel suo incedere, nei movimenti, nelle parole aveva un’insolita vivacità. Eppure, una delle mani sottili e bianche, nascosta ora dal lunghissimo guanto profumato, brancicava nervosamente fra le pieghe dell’abito e sgualciva alquanto l’ideale vaporosità della garza appena soffusa di color roseo, come un’aurora.