Quel monello di tenente non smetteva intanto di susurrare tante paroline belle col capo chino su lei fino a sfiorarle i riccioli, paroline belle e spiritose, forse, giacchè ella ne rideva di cuore, crollando la testa vezzosa e distribuendo saluti e sorrisi alle amiche e ai conoscenti che incontrava e che la osservavano con una punta di malizia negli occhi.
— Eccoci nel «regno delle favole» — canterellò sull’aria del Mefistofele il tenente De’ Falchi, entrando con la sua compagna, dopo un giro abbastanza lungo attraverso l’infilata di sale, sulla terrazza dove non c’era quasi nessuno.
Una ridente illusione. Una grotta scavata in qualche blocco enorme di cristallo rosa. La luce viva, diffusa, dietro le pareti, ne faceva spiccare il colore e la velata trasparenza. Rosai fioriti s’arrampicavano qua e là fra i sedili di pietra nera, e i fili d’argento delle fontane luccicavano misteriosi nei cespugli verdi, ricascando con un sommesso mormorio nelle vasche seminascoste dalle larghe e strane foglie di molli piante aquatiche. In terra uno spesso tappeto bianco, vellutato, che in vari punti i pètali delle rose sfogliate ricoprivano.
Quella luce opacamente rosea, dopo tanto sfolgorio di arazzi e di festoni, riposava l’occhio e faceva pensare ad un paese misterioso di sogni e di pace. Eppure Letizia non si sentì più tanto padrona di sè come laggiù nelle sale rumorose, dove aveva risposto coi frizzi e col sarcasmo brillante alle galanterie del giovane ufficiale. Le parve che in quel silenzio tutta la sicurezza, di cui s’era compiaciuta in segreto, vacillasse, e ne fu seccata. Ma non volle farlo supporre e si soffermò ammirando.
— Il regno delle favole...! E la regina? — diss’ella senza nessuna intenzione, ingenuamente, non dubitando di parer lei davvero l’incarnazione della bellezza, della gioventù, della poesia, così graziosa, bianca, delicata nell’abito vaporoso, stellato di brillanti. De’ Falchi non si lasciò sfuggire l’occasione per dirglielo e lo fece con parole così blande e così dolci che parevano carezze. La contessa con piccole mosse comiche d’esagerata modestia si velava il volto col ventaglio di trina. Poi, rannuvolandosi in un subito fra il gioco, ebbe un sospiro.
Anche lui era bello, bello come un giovine Nume! Anche lui pareva un eroe degli antichi tempi con la divisa luccicante, la bionda testa irrequieta, gli occhi vivi, il personale slanciato. Come era bello così! più bello nel suo meriggio di giovinezza, che quando, ancora adolescente, quasi, le aveva parlato d’amore.
La musica che si udiva lontanamente, come un’eco, aveva ripreso. Un crocchio di persone che conversavano laggiù si sciolse. La principessa Montegaudio, passando accanto ai due, ebbe un’occhiata severa, ma il vecchio generale ch’era con lei quasi sorrise. Letizia e De’ Falchi rimanevano soli.
— Ce ne andiamo? — diss’ella con un tono indolente simulato: e lo trasse con delicatezza dietro gli altri. Ma il tenentino fece due passi, poi s’arrestò.
— Guardate prima nel carnet, vi prego! — disse come se domandasse la proroga d’una sentenza crudele.
Guardarono insieme, mentre nella fretta del cercare le loro mani si sfioravano. Non c’era nessun nome. Egli ebbe un profondo respiro di sollievo.