Continuammo di questo stile a soggiornare nell'isola dieci giorni, de' quali la maggior parte diurna passavamo presso il governatore; ma la notte ce ne tornavamo all'alloggio che vi ho indicato. Feci presto ad addimesticarmi colla vista degli spiriti, che dopo la terza o quarta volta non mi davano apprensione di veruna sorta, o se me ne fosse rimasto alcun poco, bisogna dire che la mia curiosità m'aiutasse a superarla. Perchè avete a sapere che il governatore mi diede la permissione di chiamar per nome, scegliendoli a mio piacimento e nel numero che avrei voluto, quanti morti avea veduti vivi la terra del principio del mondo all'era presente; e soggiunse: «Domandate pur loro liberamente di rispondere a qualunque interrogazione vi piacerà fare ai medesimi, semprechè le vostre inchieste cadano su cose accadute finchè viveano; ed una cosa di cui potete essere certo, si è che vi diranno il vero, perchè il dir bugie è una scienza ignota nel mondo di là».
Fatti i miei più umili ringraziamenti a sua altezza per tanto favore, la presi in parola. Dalla stanza ove stavamo si godeva d'una delle più belle prospettive del parco, ed essendo io stato propenso sin dalla prima mia giovinezza alle scene di magnificenza e di fasto, pregai sua altezza a volermi far vedere Alessandro il Grande a capo del suo esercito nella posizione appunto in cui si trovò dopo la battaglia di Arbella. Il governatore mosse un dito, ed ecco tutto questo mondo sotto la nostra finestra! Chiamammo Alessandro di sopra; ed oh! che fatica feci a capire il suo greco! si rassomigliava ben poco a quello che ho imparato io. Fra le cose che capii vi fu la seguente: mi giurò su la sua parola d'onore che non era morto attossicato, come lo fanno molti, ma bensì d'una febbre maligna presa a furia d'imbriacarsi.
Vidi in appresso Annibale al passaggio dell'Alpi, e m'assicurò, anch'egli su la sua parola d'onore, che nel suo campo non vi era mai stata una sola gocciola d'aceto[40].
Vidi Cesare e Pompeo a capo de' loro eserciti ed in procinto d'impegnare la battaglia; poi rividi il primo nell'atto del suo ultimo grande trionfo. Pregai che mi comparissero innanzi in una grande sala il senato di Roma ed in un'altra sala per modo d'antitesi una camera di rappresentanti moderni. Nella prima di questa sala credei vedere un sinedrio d'eroi e di semidei; nella seconda una combriccola di gaglioffi, di borsaiuoli, di assassini da strada e di sgherri.
Il governatore, dietro mia preghiera, fece venire nella stanza ov'eravamo Cesare e Bruto. Fui compreso di profondissima venerazione alla vista di Bruto, ne' lineamenti della cui fisonomia potei facilmente discernere la più consumata virtù, la maggiore intrepidezza e fermezza di mente, il più veritiero amore della sua patria e la generale benevolenza ch'egli sentiva pel genere umano. Mi fu poi piacevolissimo il notare l'ottima intelligenza che regnava fra questi due personaggi; anzi Cesare mi confessò ingenuamente che tutte le più belle azioni della propria vita stavano sotto molti aspetti al di sotto della gloria acquistatasi da Bruto nel togliere dal mondo il dittatore di Roma, cioè lui stesso, Cesare. Ebbi l'onore d'intertenermi a lungo con Bruto, dal quale seppi che l'antenato di lui, Giunio, Socrate, Epaminonda, Catone il Giovine[41], Tomaso Moro[42], lo stesso Bruto II erano continuamente insieme; sestumvirato di cui tutte le età del mondo non possono offrirci un settimo membro.
Noierei il leggitore se gli ripetessi i nomi di tutti gl'illustri personaggi richiamati alla luce del giorno per appagare l'insaziabile brama ch'era in me di vedermi schierato innanzi il mondo di ciascun periodo dell'antichità. Fu un grande pascolo alla mia vista il contemplare i distruttori dei tiranni e degli usurpatori, e coloro che restituirono alla libertà vilipese ed oppresse nazioni. Ma è inesplicabile la soddisfazione che mi veniva ad un tempo dalla speranza di potere ritrarre da tal rassegna un argomento degno d'intertenere un qualche giorno i miei leggitori.
CAPITOLO VIII.
Ulteriori racconti d'apparizioni. — Correzioni fatte alla storia antica e moderna.
Voglioso di conoscere a mio miglior agio quegli antichi che furono più rinomati per ingegno e dottrina, stabilii una giornata in disparte a tal fine. Domandai che Omero ed Aristotele mi comparissero a capo di tutti i loro comentatori, ma tanti erano questi di numero che qualche centinaio di essi fu costretto rimaner nel cortile, ed anche fuori del palazzo. Scernei tosto i due personaggi principali non solo di mezzo alla folla, ma l'uno dall'altro. Omero era il più alto di statura ed il più simpatico dei due; camminava diritto assai per gli anni che aveva, ed i suoi occhi erano de' più vivaci e penetranti ch'io m'abbia veduti giammai. Aristotele andava molto curvo, e faceva uso di bastone; magro, avea rada la capellatura ed incolta, una voce gutturale. Potei accorgermi che nè l'uno nè l'altro sapea nulla della sua turba immensa di comentatori; anzi non ne avea mai veduto alcuno, o udito parlarne prima di quella giornata; uno spettro poi, del quale tacerò il nome, mi disse all'orecchio che tutti que' comentatori abitavano sempre ne' quartieri del mondo di là i più lontani dai loro comentati, e ciò per la vergogna e la coscienza di aver sformate si bestialmente le intenzioni de' loro autori agli occhi della posterità.